Band of Horses – Mirage Rock (Recensione)

Band of Horses – Mirage Rock (Recensione)

2017-11-08T17:15:30+00:006 settembre 2012|


Band of Horses Mirage Rock
Si fa ascoltare il nuovo album
dei Band of Horses, senza particolari
picchi ne' cadute di stile.
Per apprezzarlo al meglio
beveteci sopra un paio di birre.

6+/10


Uscita: 18 settembre 2012
Columbia / Brown / Fat Possum
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È un album solido Mirage Rock, che arriva a due anni di distanza da Infinite Arms, e che come produttore ha Glyn Johns, l’uomo che registrò Who's Next degli Who. Garanzia di qualità, si direbbe. E infatti è così, l’album non delude le aspettative. Dipende però da che aspettative avete.

Se dai Band of Horses vi aspettate un rock tradizionale, schitarrate alternativamente elettriche o acustiche, qualche incursione blues, e almeno una ballatona un po’ malinconica da ascoltare in macchina insieme alla vostra fidanzata del Montana, non rimarrete di certo delusi. Se invece fate parte di quella schiera che, come me, spera di trovare qualcosa di cui stupirsi in ogni nuovo album, qualcosa per cui emozionarsi o su cui riflettere, beh, questo non è il disco, o forse il gruppo, che fa per voi.

Peccato, perché ancora in Infinite Arms, che pur non è certo un disco memorabile, qualcosa era riuscito a tenermi agganciata alle canzoni. Forse a conquistarmi era stato soprattutto l’intimismo di brani come Infinite Arms o Evening Kitchenquella poetica del vago e dell’indefinito, si potrebbe dire, per cui si distinguevano dal resto dell’opera. Quell’atmosfera sognante non è rintracciabile in nessun brano del nuovo Mirage Rock, nemmeno nel suo pezzo più interessante, Dumpster World (non a caso scelto dalla band per il teaser del disco), che inizia come brano delicato dal ritmo sincopato, per poi evolversi in chiave elettrica e decisamente più hard rock.

La produzione di Glyn Johns si fa sentire nell’ispirazione vagamente sixties della prima parte di questa canzone, ma si manifesta soprattutto nell’arrangiamento di Electric Music, che strizza decisamente l’occhio al rock anni ’60, regalandoci anche l’unico assolo di chitarra del disco. In realtà la mano di questo signore, che ha lavorato con Bob Dylan, i Beatles,Led Zeppelin, oltre che i già citati Who, è presente in tutti i pezzi, accentuando la sensazione il sapore classic rock dell'intero lavoro.

L'altra canzone, a mio parere, degna di nota, è Long Vows, ballata tradizionalissima (un po' alla Neil Young), ma pur sempre bella. Mi convincono meno, invece i pezzi più movimentati, a cominciare da Knock Knock, scelta come apripista, che però non trascina come ci si aspetterebbe e come invece riusciva a fare Factory in Infinite Arms

In definitiva comunque l'album si fa ascoltare volentieri, dall’inizio alla fine, senza particolari picchi né cadute di stile. Beveteci sopra un paio di birre (mi raccomando Budweiser!) mentre chiacchierate con un vostro amico; sarà il miglior modo per apprezzarlo. È il lavoro onesto di una band che, ormai al secondo album su major, punta a raggiungere un pubblico vasto e a vendere un bel po’ di dischi. Che poi questo, più o meno coscientemente, sia a discapito dell’originalità della musica proposta, evidentemente non preoccupa molto Ben Bridwell e compagni.