Bat For Lashes – The Haunted Man (Recensione)

Bat For Lashes – The Haunted Man (Recensione)

2017-11-08T17:15:51+00:0017 ottobre 2012|


Bat for Lashes - The Haunted Man
Natasha Khan aggiorna la sua ispirazione ai canoni del pop moderno: il risultato e' un credibile ibrido tra musica d’autore e da classifica.

8/10


Uscita: 15 ottobre 2012 (UK) 23 ottobre 2012 (USA)
EMI/Parlophone
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La aspettano tutti al varco Natasha Khan: dopo il successo di Two Suns, che inaspettatamente aveva trasformato la cantautrice anglo-pakistana da giovane promessa ad emula di Kate Bush aggiornata agli anni zero, il nuovo album The Haunted Man è quello della verità. Non ci sono vie di fuga per Natasha: il battage pubblicitario che da mesi fa parlare del disco ha creato un’aspettativa tale che questo terzo lavoro deve essere per forza un capolavoro, oppure la sensazione generale che rimbalzerà velocissima tra blog e webzine sarà quella di un mezzo fallimento.

La Khan sembra accettare la sfida: il nuovo album è sicuramente il suo lavoro più accessibile, attento ad ammiccare al pop che domina le classifiche, e allo stesso tempo il più personale, dove mette a fuoco una maturità che i dischi precedenti avevano solo fatto intuire. A partire dall’artwork, Natasha sembra non aver paura di esporsi completamente, accettando il ruolo di “pop star con un cervello” che la major EMI le vuole cucire addosso: scompaiono quasi completamente gli accenti più misticheggianti e freak degli album precedenti, così come il concept confuso che legava Two Suns attorno al dualismo tra la Khan e il suo alter-ego “lunare” Pearl; avanzano invece ritmi più ballabili, che emergono dall’oscurità che circonda l’intero album per creare indefinibili momenti da dancefloor gotico (Rest Your Head) e curatissime gemme pop (il singolo All Your Gold, che curiosamente ricorda la megahit di Gotye Somebody that I Used to Know).

La “svolta pop” passa anche attraverso l’appropriazione di alcuni stilemi della musica da classifica degli anni zero: le basi di bassi e synth che hanno fatto la fortuna di un qualsiasi brano di Rihanna fanno capolino nell’apertura di Lillies, ma soprattutto nella trascinante Oh Yeah, che utilizza un breve campione di voci maschili per creare un brano che (malinconia a parte) potrebbe davvero diventare una hit. Il culmine di questa tendenza si ha nel brano più innovativo e convincente del disco, Marilyn: partendo da un testo che rilegge la fascinazione per lo star system su cui Lana Del Rey sta costruendo una carriera ("Holding you, I'm touching a star/Turn it into Marilyn, leaning out every big car"), la Khan si affida ad una corposa dose di glitch, filtri e campionamenti elettronici, che sostengono un crescendo di violini da brivido. Il brano è una dimostrazione da manuale di come si può innovare il proprio sound spogliandolo di tutti gli orpelli tradizionali e lasciando solo lo scheletro che lo rende riconoscibile come opera di quell’autore, vale a dire la sua “firma”: in questo caso la voce veramente unica di Natasha, e l’inevitabile malinconia che pervade ogni nota da lei cantata.

L’introduzione di queste nuove sonorità non significa però che la cantautrice abbia perso di vista il suo passato: la ballata per piano, voce e orchestra Laura, che spezza in due il disco, si segnala immediatamente come uno dei punti più alti toccati dalla sua musica. Qui le similitudini con Tori Amos che avevano segnato alcuni brani di Two Suns lasciano il posto ad un'atmosfera decadente e carica di pathos, a cui si aggiunge l’arma segreta di una melodia che, nonostante non sia propriamente materiale da classifica, vi ritroverete in testa per i giorni a venire. Ed è proprio questo talento nella scrittura a salvare il disco anche nei suoi momenti più informi, nei quali l’oscurità rischia di affossare i brani: la title-track costruisce una credibile atmosfera da thriller, ma poi si perde in un inconcludente intermezzo cantato da un coro maschile, mentre A Wall è solo un ritornello azzeccato circondato da synth e poco più.

Quando si ascolta The Haunted Man, è impossibile non pensare ad un’altra cantautrice che quest’anno ha tentato di svoltare in chiave pop la sua carriera: Cat Power, che con il suo Sun ha rivestito di elettronica le sue scheletriche ballate. Inutile dire che i risultati sono molto diversi, e non è solo una questione anagrafica: mentre Chan Marshall si è approcciata alla materia affidandosi completamente ai suoi produttori, con il risultato di evidenziare ancora di più la sua appartenenza ad un altro genere e ad un’altra epoca, Bat For Lashes ha innovato la proposta musicale “dall’interno”, senza rinunciare ad un grammo della sua cifra stilistica.

Il risultato è un album che sicuramente non ha la compattezza (anche tematica) di Two Suns, ma che propone un modello credibile di ibrido tra musica d’autore e da classifica. Una conferma, e anche qualcosa di più.