Bloc Party – Hymns (Recensione)

Bloc Party – Hymns (Recensione)

2017-11-08T17:15:44+00:0020 giugno 2016|


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A quattro anni dall’uscita di Four, i Bloc Party tornano con un nuovo album e una nuova formazione, mostrandoci una radicale trasformazione musicale e artistica.

6,5/10


Uscita: 29 gennaio 2016
BMG/Infectious Music
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Nonostante le si sia spesso affibbiata l’etichetta “indie rock”, la band di Kele Okereke ci ha sempre stupito per la sua abilità di sperimentare tra vari generi e mood. Questa caratteristica, unita forse al cambio di formazione verificatosi prima della registrazione di questo nuovo lavoro, con l’uscita di Matt Tong e Gordon Moakes dal nucleo originale e l’ingresso di Justin Harris al basso e Louise Bartle alle percussioni, rende Hymns un album molto diverso dai precedenti.

Ci sarebbero tutti gli elementi perché la svolta funzioni: non mancano le commistioni di generi differenti e un approccio spesso innovativo alla produzione. Ad esempio il sintetizzatore protagonista di alcuni brani dell’album è in realtà una chitarra elettrica su cui hanno agito pedali ed effetti vari. Dal punto di vista tematico Hymns si pone come una riflessione sulla spiritualità, tema che lo rende piuttosto interessante e dimostra le capacità cantautoriali di Kele Okereke, specialmente nella composizione dei testi, che non risultano mai banali.

Eppure, nonostante la ricercatezza di un tema per niente facile da affrontare, il nuovo album dei Bloc Party non convince. A deludere è soprattutto la deriva pop/commerciale dell’album, che accostata a una tematica così profonda, ne fa uno strano ibrido. Il singolo d’apertura The Love Within, una sorta di inno all’amore universale, suona come un banale brano dance su un testo, invece, tutt’altro che banale. Neanche il video che lo accompagna, nel quale sono immortalati vari ballerini, più o meno improvvisati, tra i corridoi vuoti di un centro commerciale, aiuta a meglio definire l’intenzione del pezzo.

Molto più interessante è il brano seguente, Only He Can Heal Me, quasi un gospel in cui a prevalere è la voce di Okereke, accompagnata però da percussioni molto pop, che ci ricordano il mood generale dell’album. So Real è invece una canzone di amore e tradimento, che introduce il “subplot” dell’album, ossia la sofferenza per una storia finita, che lascia il protagonista a riflettere sulla propria vita e la propria spiritualità.

La canzone più interessante dell’album è The Good News, in cui prevale un riff quasi blues di chitarra e in cui viene ripresa la tematica dell’amore finito. Fortress è invece una parentesi nell’album: forse una reminiscenza di quella storia d’amore e dei suoi momenti di intimità, in cui le lenzuola erano una fortezza, invalicabile e sicura. In Different Drugs, una canzone la cui atmosfera è definita dall’utilizzo di sintetizzatori ad archi, il cantautore si chiede: “Se esistesse un tipo di droga che ci facesse ritrovare, mi seguiresti?”, dando una sfumatura di originalità alla tematica dell’amore perduto.

Da questi brani è facile intuire come i Bloc Party abbiano speso parecchie energie per creare questo disco: la spiritualità attorno cui ruota la ricerca di Kele non si esaurisce e non si identifica meramente in una forma di religiosità, ma riguarda tutti gli aspetti della vita umana, vista in se stessa come una sorta di miracolo. Peccato però che dal punto di vista musicale la ricerca non si sia stata altrettanto coraggiosa, ricadendo praticamente in tutto il disco su stilemi pop abbastanza ritriti.

In definitiva un ascolto interessante per chi cerca un disco pop in grado di affrontare tematiche profonde, anche se è impossibile non rimanere un po’ spiazzati dallo stile pop preponderante che viene associato a testi così personali.