Cat Power – Sun (Recensione)

Cat Power – Sun (Recensione)

2017-11-08T17:15:31+00:001 agosto 2012|


Cat Power - Sun
Chan lascia da parte la
malinconia e torna con un
nuovo sound elettronico.
Ma non convince.

6,5/10


Uscita: 4 settembre 2012
Matador Records
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L’ultima volta che abbiamo avuto notizie di Chan Marshall avevamo da poco assistito alla sua ennesima reinvenzione: non contenta di aver realizzato l’album più maturo della sua carriera (The Greatest), Chan aveva rispolverato la passione per i brani altrui, portando in tour il suo secondo disco di cover Jukebox. Durante quei concerti la cantante sembrava completamente trasfigurata, rispetto all’anima fragile che spesso non riusciva neanche a concludere una canzone vista in azione qualche anno prima: scomparse le esitazioni, Cat Power era finalmente a suo agio sul palco, con l’aiuto di una corposa band blues-rock, come se avesse sostituito i suoi modelli Joni Mitchell e Suzanne Vega con le voci nere di Aretha Franklin e Billie Holiday.

Sun, che arriva a quattro anni da Jukebox, è l’ennesimo colpo di scena, nel percorso di una cantautrice sempre alla ricerca di nuovi modi per esprimersi. Se The Greatest era il suo album soul, carico di riferimenti a quel sud degli Stati Uniti dove è nata ormai quarant’anni fa, Sun si può  tranquillamente definire l’album elettronico di Cat Power.  Scomparsi completamente (si spera insieme alla depressione che l’ha attanagliata tutta la vita) gli scarni arrangiamenti di piano e chitarra dei primi album, Chan si affida ad un sound per la prima volta moderno, messo in piedi da Philippe Zdar dei francesi Cassius. E’ una scelta coraggiosa ma che si rivela ben presto a doppio taglio: se le melodie malinconiche vengono ravvivate da una produzione più frizzante, i riferimenti musicali dell’elettronica made in Cassius sembrano essersi fermati a dieci anni fa, con una fastidiosa senzazione di “già sentito” che fino ad ora non aveva mai fatto capolino su un disco di Cat Power.

Il disco parte col piede giusto: Cherokee, la title-track e il primo singolo Ruin formano un formidabile terzetto di apertura, dove la straordinaria voce di Chan è libera di ricamare le sue maliconiche melodie sostenuta da basi ispirate e chitarre evocative. In particolare Cherokee, con il suo ritornello ascendente, e il basso quasi disco di Ruin stabiliscono subito un modello di come i nuovi arrangiamenti elettronici possano mettere le ali a due classiche canzoni “alla Cat Power”. Non è un caso che questi siano stati i due brani presentati al pubblico come anteprima dell’album.

Ma ecco arrivare le note dolenti: la successiva 3,6,9 dovrebbe avere il ruolo di brano upbeat che su The Greatest era stato assegnato a Could We, ma i suoi quattro minuti scarsi sembrano interminabili. Colpa degli arrangiamenti (cosa ne pensate dell’autotune sulla voce di Cat Power?), ma soprattutto della produzione fine anni ‘90, che ricorda classici ormai passati di moda come Drinkin’ in L.A. dei Bran Van 3000.  Stessa sorte per Real Life, che inquadra la voce di Chan in un rigido ritmo elettronico: nonostante l’ammirazione da lei stessa espressa per r&b e hip-hop, un personaggio come Chan risulta una scelta poco plausibile per riempire i dancefloor.

Meglio, a questo punto, le più tradizionali Always On My Own e Human Being, che sotto agli arrangiamenti elettronici nascondono a malapena la loro origine di canzoni folk. La seconda in particolare, con il suo leit-motiv “You’ve got a right to be anywhere, anything /You’re a human being” va a introdurre uno dei temi cruciali del disco, la fragilità umana e il bisogno/diritto di essere felici, che risultano particolarmente commoventi sapendo che Chan si è separata dal compagno Giovanni Ribisi proprio durante la registrazione del disco. In ogni caso, nonostante i tentativi di modernizzare il proprio sound, è nelle canzoni più lente (come anche la riuscita filastrocca elettronica Manhattan) che la cantante continua a sembrare più a suo agio.

Ma il vero punto debole è nascosto proprio nel brano che probabilmente nelle intenzioni di Chan avrebbe dovuto rappresentare il coronamento del disco: la lunghissima (11 minuti) Nothin’ But Time non è niente più che una lenta ballata per piano basata su due accordi, come quelle apparse su The Covers Record. Peccato che il tutto venga appesantito da un arrangiamento enfatico, che la fa somigliare involontariamente alla versione di Cat Power di We Are the World, con tanto di coro finale. Siamo ben lontani dalla dolorosa elegia Evolution, che chiudeva in modo magistrale You Are Free, sopratutto con un testo ridicolo che ci ricorda: “It’s up to you to be a superhero/It’s up to you to be a nobody”.

Sun è sicuramente un album coraggioso: presentarsi al pubblico a sei anni dall’ultimo lavoro con un sound così differente mostra la volontà di una Chan finalmente sobria di dare un taglio alla sua immagine di cantautrice confessionale, a costo di alienarsi una fanbase ormai affezionata. Ma questa volta la scelta dei collaboratori non sembra essere stata particolarmente azzeccata: Chan continua ad avere una voce ed un talento compositivo unico, e Sun è l’album più accessibile da lei finora pubblicato, ma non saranno pochi quelli che si stancheranno presto di dover saltare i pezzi meno riusciti, e preferiranno rispolverare le atmosfere folk dei dischi precedenti.

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