Damien Jurado – Brothers and Sisters of the Eternal Son (Recensione)

Damien Jurado – Brothers and Sisters of the Eternal Son (Recensione)

2017-11-08T17:15:47+00:005 marzo 2014|


Damien-Jurado-Brothers-And-Sisters-Of-The-Eternal-Son
Il cantautore di Seattle chiude la sua trilogia "sperimentale" con un affascinante concept album, questa volta con meno trucchi di produzione e piu' canzoni memorabili.

7,5/10


Uscita: 21 gennaio 2014
Secretly Canadian Records
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Giunto al suo undicesimo album Damien Jurado si può finalmente definire "arrivato", ormai perfettamente a suo agio nel ruolo di cantautore di mezza età, con alle spalle ben 17 anni di carriera. Così il suo ultimo lavoro, un vero e proprio esercizio di stile in chiave jazz/folk, già si candida per essere uno dei migliori dischi dell'anno appena iniziato.

La parola d'ordine per gli ascoltatori di vecchia data è: dimenticare. Dimenticare le classiche ballatone acustiche dominate da arpeggi melodici del primo Jurado, nelle quali faceva capolino il romanticismo vintage della sua chitarra acustica, perché Brothers and Sisters of the Eternal Son è un altro lavoro di ricerca sonora e di sperimentazione che tenta di rimodernare stili classici ormai consolidati nell'immaginario musicale. Un ibrido tra Nick Drake e Elliott Smith, ancora una volta assistito dalla sperimentazione sonora del produttore Richard Swift, come nei precedenti Saint Bartlett (2010) e Maraqopa (2012).

Come nel caso di quest'ultimo ci troviamo di fronte ad una specie di concept album: la storia narrata è quella di un uomo che fa perdere le  sue tracce e si lancia in un viaggio alla ricerca di sé stesso. La prima tappa dell'itinerario è segnata da Magic Number, un classico blues psicotico guidato dal mellotron interrotto da spiazzanti intermezzi rumoristi; a seguire il percorso, introspettivo più che reale, continua con Silver Timothy, un mix di suoni che ricordano i Kula Shaker di Strangefolk e la vocalità di Moby, che non a caso ha chiesto proprio a Jurado di collaborare su un brano del suo ultimo album Innocents.

La parte centrale dell'opera si suddivide in due trittici di brani: nei primi tre Damien gioca con il folk acustico e la psichedelia, estremizzando l'idea del viaggio in pezzi come Return to Maraqopa, Metallic Cloud e nei 3/4 di Jericho Road. Il secondo filone di brani invece è una vera e propria altalena di suoni: Silver Donna, Silver Malcom e Silver Katherine sono canzoni confezionate da vero alchimista, che con sapienza sa unire influenze diverse in un insieme stranamente omogeneo. Il punto focale in questi brani è infatti ancora un folk macchiato di jazz e allungato con il blues fino alle visioni di psichedelia sixeties, ma troviamo anche un maggiore pathos nelle ritmiche, nell'andamento caotico dei pezzi che segnano un distacco profondo dal classico suono di Jurado, e mettono in luce songwriting complesso ed ammaliante del sempre più poliedrico Damien.

Sul finale invece Suns in Our Mind ci restituisce il vecchio sound di Damien, con quella venatura Fab Four e la struttura da ballad su cui ha costruito in questi anni il suo stile. Tuttavia nonostante l'amarcord finale, è chiaro che il cantautore di Seattle in quest'ultimo episodio della serie ha voluto stupire tutti ed in primis sé stesso mettendo in discussione il suo consolidato stile. Comparando Brothers and Sisters of the Eternal Son con i suoi predecessori, possiamo chiaramente scorgere anche questa volta suggestioni musicali nuove, capaci di colorare le acustiche snelle e minimali dei suoi primi album-

Quello che ne deriva è una nuova sfumatura profonda e toccante della personalissima visione che l'artista ha della musica e della sua interpretazione. E anche se non mancheranno i detrattori che come al solito tenteranno di sottolineare le varie influenze che caratterizzano l'album, a discapito dell'originalità, è evidente che anche questa volta Jurado ha saputo reinventare un genere conservatore per natura come il folk: ora aspettiamo di scoprire cosa ci riserverà il seguito di questa emozionante trilogia.