David Bowie – The Next Day (Recensione)

David Bowie – The Next Day (Recensione)

2017-11-08T17:15:48+00:003 agosto 2013|


David Bowie_The Next Day
Dopo dieci anni di silenzio Bowie fa i conti con il suo illustre passato: il risultato e' un disco con un cuore antico, ma finalmente proiettato senza paura verso il futuro.

8/10


Uscita: 8 marzo 2013
ISO Records
Compralo su Amazon: Audio CD | Vinile

 

A dieci anni da Reality la notizia di un nuovo album di David Bowie ha sorpreso molti fan: cosa potrà mai aggiungere al suo mito un nuovo LP, per giunta considerata la tiepida reazione riscossa da tutti suoi dischi degli anni '90 e 2000? Forse il desiderio di tornare alla musica è nato dalla sensazione di sentirsi prematuramente messo da parte dal pubblico e anche dagli altri artisti (Is David Bowie Dying? cantavano i Flaming Lips in una recente canzone), una sensazione difficile da accettare per un sessantaseienne che ha fatto la storia del rock, ma nel quale evidentemente la voglia di sperimentare non è stata soffocata dal successo e dall'adorazione universale. Eccoci così in mano il ventiquattresimo album The Next Day, prodotto dall’etichetta di Bowie ISO Records con il solito supporto di Tony Visconti. Il disco si articola in quattordici tracce estendendosi tra ballate pop nostalgiche, come Where Are We Now?, e un rock più duro e sperimentale con reminiscenze e tematiche new wave, presenti, ad esempio, in Love is Lost .

Un occhio di riguardo merita la copertina, che richiama apertamente l’album Heroes del 1977, l’unico della cosiddetta trilogia berlinese ad essere interamente registrato nella capitale tedesca. Si tratta di un album molto amato dai fan del Duca Bianco (chi di voi non ricorda l’emblema cinematografico dell’epoca Noi ragazzi dello Zoo di Berlino, con la colonna sonora e un indimenticabile cameo di Bowie?), che ai tempi fu pubblicizzato così “There's Old Wave. There's New Wave. And there's David Bowie”, come a rimarcare il suo status di artista perennemente attuale e al di sopra delle mode passeggere. Sulla copertina di The Next Day troviamo la stessa foto della cover di Heroes oscurata da un quadrato bianco, che riporta il titolo dell’album; ancora una volta un atto fotograficamente sovversivo per scuotere il pubblico, invitarlo ad accogliere non solo il tanto atteso ritorno di Bowie, ma celebrare l’elisione del passato e l’incoraggiamento verso una prospettiva futura. La visione degli “eroi” degli anni settanta viene sostituita da una più matura, quella dei sopravvissuti proiettati con le proprie speranze e disillusioni nel “giorno seguente”. Una visione, nonostante l'attuale crisi mondiale, a tratti positiva ed incoraggiante.

La title-track (pubblicata anche come singolo) ci dà il benvenuto catapultandoci nel futuro. Le sostanze stupefacenti erano un mezzo, ed una scusa, per curare il male di vivere, e gli eroi romantici e disfattisti lo sapevano bene. Ormai lontani e un po’ nostalgici dei ribelli anni settanta assistiamo alla trasformazione di alcuni individui (precisamente il mondo clericale) in veri e proprio mostri corrotti e viziosi, un’esasperazione della nostra realtà. Si sa, Bowie è stato da sempre un provocatore (dichiarò anche che Hitler è stata la prima vera rockstar) ed anche ora che ha varcato da tempo i sessanta non si smentisce, rimane lo stesso dandy inglese con il suo humour dissacrante.

Il videoclip, diretto da Flora Sigismondi ha suscitato numerose polemiche per la rappresentazione che dà del tema affrontato; considerato come un violento attacco al Cristianesimo, per breve tempo è stato censurato su Youtube con l'accusa di oscenità e blasfemia. In realtà, dal mio punto di vista non c’è scandalo, al massimo solo cattivo gusto: l’atmosfera è grottesca e barocca, tutto si svolge nel night club “The Decameron” dove Bowie canta nelle candide vesti del Messia. Gli fanno compagnia Gary Oldman nei panni di un vescovo corrotto e Marion Cotillard in quelli di una prostituta, contornati da suore e cardinali licenziosi intenti in pratiche tutt’altro che ortodosse, come la venerazione di tutti i vizi dell’umanità, dalle perversioni sessuali al dio denaro. All’improvviso la prostituta sanguina a causa delle stimmate, come se fosse, in quel girone infernale, l’unica vera martire mentre il “profeta” Bowie viene fustigato per ciò che dice ("Now demanding fun begin / Of these women dressed as men for the pleasure of that priest"). Il brano ha un ritmo incalzante ed essenzialmente rock, nel quale le strofe si alternano a ritornelli che restano ben impressi nella mente dell’ascoltatore. La voce di Bowie è sempre riconoscibile come un marchio di fabbrica, mai calante.

I riff ripetitivi e sempre azzeccati della seconda traccia Dirty Boys accompagnano, soprattutto nelle strofe, i toni bassi e il parlato meccanico dell’artista. A seguire troviamo l'altro singolo The Stars (Are Out Tonight), meno duro del precedente e nettamente più melodico. Anche in questo caso il videoclip ci offre una chiave di lettura: Bowie è affiancato da Tilda Swinton nel ruolo di sua moglie, mentre le “stelle” rappresentano gli alter-ego dei due, il lato oscuro e malsano della mente, spesso portatore di verità latenti. Inoltre c’è un’attrice androgina vestita come Bowie in versione Thin White Duke che suscita in lui terrore e sgomento, in quanto il passato è visto come un qualcosa da rinnegare, una terra straniera da non valicare più. Alla fine infatti, c’è un capovolgimento dei ruoli: la tranquillità della coppia borghese è compromessa, i due impazziscono diventando spettri; mentre davanti a loro ci sono le “stelle” che si materializzano, e si siedono sul divano guardando la televisione e prendendo il loro posto. Ma del resto, come dice il testo: “Le stelle non muoiono mai, muoiono una volta e poi rivivono”.

La quarta traccia Love is Lost viene introdotta dalle sonorità sperimentali delle tastiere e dalla cupa frase "It's the darkest hour”, con una notevole influenza della dark new wave britannica riconoscibile dai tempi ossessivi e cadenzati della batteria, anche se riadattata in versione pop-rock. Il testo è un chiaro riferimento a Ian Curtis: "It’s the darkest hour, you’re 22. The voice of youth, the hour of dread”. Ventidue anni, ovvero l'età che aveva il cantante dei Joy Division nel momento di maggiore successo del gruppo. Inoltre, non è un caso che il titolo della canzone ricordi No Love Lost della band di Manchester.

David Bowie by Michele Bruttomesso

Illustrazione di Michele Bruttomesso

A seguire c'è il primo singolo, uscito l’8 gennaio di quest’anno in concomitanza del compleanno di Bowie, Where Are We Now? Si tratta di una ballata molto intimista, triste e malinconica, il cui testo, semplice e ripetitivo, ricorda il passato, in particolar modo ancora una volta il periodo berlinese. L’artista è qui un uomo maturo che riflette sul fluire del tempo e sulle occasioni sprecate o mancate: “Had to get the train / from PotsdamerPlatz / you never knew that / that I could do that / just walking the dead”. Bowie si chiede laconicamente "Dove siamo?", ma è una domanda retorica e universale rivolta alla sua generazione, ormai smarrita nei ricordi e arresa ad un presente grigio. Le scelte del passato rivivono nell’incertezza della quotidianità, con una sorta di parallelismo trasversale tra la Berlino del muro e la Berlino odierna, e quindi tra il mondo di allora e il mondo di oggi. All’epoca, nonostante il clima gelido della Guerra Fredda, si stava bene perché c’era ancora una speranza per i sogni, c’era la forza di costruirli. "Questi sogni oggi dove sono finiti? E dove siamo finiti noi?", sembra chiedersi Bowie.

A questi interrogativi retorici segue Valentine’s Day, quarto singolo estratto dall’album: una semplice ballata basata su un crescendo di riff accompagnati dagli acuti del cantante. Segue la sperimentale ed elettronica If You Can See Me, una sinergia, volutamente dissociata, tra batteria tastiere e voci. Sono molte le differenze che si percepiscono tra un brano e l'altro, ma del resto Bowie è un artista talmente eclettico e completo che si può permettere di spaziare in più generi musicali, come succede anche in (You Will) Set the World On Fire, con le sue tastiere dal suono martellante e i cori che si intervallano alla voce principale, ricordando un po' quelli di Sound and Vision, dall’album del 1977 Low.

You Feel So Lonely You Could Die ci avvicina alla fine dell’album, ed è una ballata dai toni disincantati dove viene confermata la presenza dei cori, anche se stavolta più come sottofondo. L’ultima traccia Heat (a mio avviso una delle migliori) ricorda la fase dark new-wave del Duca Bianco esplicitata anche nel ritornello “And I tell myself, I don't know who I am”, mentre il suono stridente del violino accompagna la voce che si spegne sull'enigmatica frase “My father ran the prison”.

The Next Day sembra condensare in un unico album tutta la carriera e le riflessioni di David Bowie come individuo, lontano ormai dai personaggi passati e maggiormente pacificato con sè stesso e con il suo ruolo all'interno della storia della musica rock. Ma questo non vuol dire adagiarsi sugli allori del passato: nei quattordici brani del disco Bowie si guarda indietro solo quel tanto che serve per prendere la rincorsa e spiccare un salto verso il futuro. Insomma, sembra finalmente pronto per salutare nel migliore dei modi "il giorno che verrà".