Dodos – Carrier (Recensione)

Dodos – Carrier (Recensione)

2017-11-08T17:15:48+00:0023 agosto 2013|


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Anche senza le esplosioni di energia dei lavori precedenti, il duo di San Francisco raggiunge la sua maturita' artistica e ci ricorda che c'e' ancora speranza per il neo-folk.

7,5/10


Uscita: 27 agosto 2013
Polyvinyl Records
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Un paio di settimane fa mi sono imbattuto in uno status di Facebook che orgogliosamente dichiarava: “Non ne posso più di tutti questi gruppi indie-folk alla The Lumineers”. Non gli si poteva dare del tutto torto, dal momento che negli ultimi anni siamo stati seppelliti da una valanga di folk-usa-e-getta mooolto cool da sfoggiare a feste piene d’imbecilli che ci tengono a darsi un certo tono; ma – per metterla in termini da prima liceo – il mio “mi piace” non l’ha avuto. 

Per fortuna al di là delle playlist da internauti della domenica, esiste una scena ancora fresca e vitale che sfugge all’ascoltatore disattento, e i Dodos riescono – ogni volta – a ricordarcelo benissimo: il duo di San Francisco composto da Meric Long (voce, chitarra) e Logan Kroeber (batteria, percussioni) ritorna con il nuovo Carrier a due anni dall’ultima fatica No Color, regalandoci di nuovo un disco che – sfruttando la base rassicurante del folk – sperimenta, amalgama, svincola dalle facili definizioni e travalica confini musicali senza perdere di coesione e solidità. Al quinto album – e senza bisogno delle energiche esplosioni del lavoro precedente – i Dodos sembrano aver raggiunto finalmente la maturità artistica.

Il disco si apre con i tenui riff di chitarra di Transformer, che crescono di volume sino a culminare in una coda impressionante per intensità; il singolo Substance, accattivante e groovy, ricorda la scena brit pop senza però tradire la sua natura folk americana, mentre Stranger e Relief costituiscono due tra i migliori brani dell’album: la prima per l’energia che il duo di San Francisco riesce a comunicare, la seconda – al contrario – per la sensibilità del suo arpeggio, di estrema delicatezza

Interessanti e d’atmosfera le armonizzazioni di The Current, il pezzo più propriamente “indie-rock”, che ricorda gli Arcade Fire, mentre Destroyer ci invita a ballare al ritmo trascinante dei suoi tamburi. Il tutto si chiude con The Ocean e le sue atmosfere oniriche evocate da una voce lontana e distaccata, accompagnata dallo struggente crescendo dei violini.

Il disco dei Dodos è un manuale di sopravvivenza al revivalismo che attraversa diametralmente la scena musicale indipendente di oggi: il messaggio è che senza rivisitazione, senza commistione, senza dialogo tra i generi la musica muore, diventando archeologia per aficionados di genere che – come il pubblico delle sit-com – non chiedono altro che essere rassicurati nell’eterna ripetizione di ciò che era (è, e sempre sarà). Il lavoro di Long & Kroeber invece riesce a rinnovare una categoria così codificata come il folk con sonorità post-rock, noise, quasi psichedeliche, mettendo in imbarazzo tutti gli etichettatori di mestiere; ma non solo: la forza di Carrier risiede nell’eleganza con cui il procedimento avviene. È difficile stabilire le varie vene d’ispirazione che convergono in ogni brano: ogni elemento – funzionale agli altri – perde la propria individualità per far parte di un insieme omogeneo; sotto la voce morbida ed elegante di Meric Long, il folk esplode in potenti riff di chitarra, per poi ritirarsi timidamente, ridursi ad un arpeggio o a un finger picking, mentre la batteria aumenta di battiti e d’intensità. I crescendo diventano così la più grande forza di questo duo: ogni brano contiene la promessa di una detonazione di energia, anche se si fa fatica ad immaginarla nei primi momenti del pezzo.     

Consolidando un percorso che attraversa tutta la loro carriera, i Dodos con questo disco entrano di diritto in quella scena neo-folk veramente desiderosa di apportare qualcosa alla musica del nostro tempo, tra band come Fleet Foxes e Okkervil River, tanto per citarne due tra le più note. E speriamo di non vedere più status di Facebook come quello sopracitato: la scena di qualità esiste e le orecchie ce le avete. Non avete proprio più scuse!