Eleva Festival @ Reggio Emilia, 4 e 7 settembre 2013 (Live report)

Eleva Festival @ Reggio Emilia, 4 e 7 settembre 2013 (Live report)

2013-09-30T09:44:34+00:0030 settembre 2013|

Eleva Festival

Dal 31 agosto al 7 settembre si è tenuta a Reggio Emilia la prima edizione dell'ELEVA Festival, interessante kermesse dedicata alla musica elettronica, che ha visto salire sul palco nomi importanti del panorama internazionale come Daddy G (Massive Attack), Andy Butler (Hercules & Love Affair), Benoit & Sergio e Steve Bug. Gold Soundz era sponsor ufficiale del festival, ed ora vi raccontiamo come è andata nelle due serate principali!

Mercoledi' 4 settembre – Ex centrale elettrica di via Gorizia, Reggio Emilia

BeatRecHarDisk / True Love Ensemble / Reis & Pitz / Dumbo Gets Mad / Matteo Cabassi & Alexander Cherry

Dumbo Gets Mad Eleva Festival

Dumbo Gets Mad, foto di Lisa Barbieri

Guidando verso il secondo appuntamento di Eleva Festival, sono certo di essermi perso. Strade bordate d’alberi con bambini che giocano, condomini bassi per famiglie che fuggono dai centri città, un baretto con tanto di anziani che pontificano dall’alto delle loro sedie di plastica. Deve essere il posto sbagliato. E invece scendo dall’auto – più che altro rassegnato a chiedere informazioni anche se secondo la cartina dovrei esserci –  e vengo investito dai bassi martellanti che invadono la strada, col ritmo della musica elettronica che si spande per tutto il circondario. Da qualche parte, in quella (troppo) tranquilla zona residenziale di Reggio Emilia, c’è qualcuno che sta già pestando duro, anche se sono solo le sette di sera.

E infatti mi bastano quattro passi a piedi perché l’immagine affascinante e decadente di quello spettro industriale che è l’ex centrale elettrica di via Gorizia appaia ai miei occhi. Nel giardino interno già si stanno radunando i primi spettatori, di fronte al palco o seduti sui futon che gli organizzatori hanno sparso ai lati del bancone; al bar si versano le prime birre, si tagliano i lime per i mojito, si portano a banco i primi stuzzichini per l’aperitivo. Ed io non me lo faccio ripetere due volte: per chi c'era, quello perennemente accanto al vassoio dell’erbazzone ero io!

Tra un aperitivo e l'altro sul palco sono già in consolle i BeatRecHarDisk, al secolo Simone Pollastri e Silvio D’Amore.I due dj offrono ai primi arrivati un’elettronica che – abbracciando completamente il concetto di digitale – spazia dalle sonorità house fino alla scuola francese dei primi Justice, senza disdegnare riff che potrebbero agevolmente essere tradotti in “rock” da una chitarra elettrica. A farla da padrone è però l’atmosfera chill-out ambient che si mescola a sonorità vintage, ripescate direttamente dagli anni ‘70 e rielaborate con il computer in modo da  risultare digeribili anche per l’ascoltatore medio di oggi. Pollastri e D’Amore ci regalano alcuni cambi di ritmo virtuosi che fanno alzare ai presenti gli occhi dai bicchieri di birra, e – nonostante alcuni passaggi un po’ timidi, in cui si rischia veramente di scadere nel sottofondo da bar in orario aperitivo – ci regalano una chiusura evocativa, coinvolgente, molto più “suonata” e che quasi ricorda certi passaggi dei Phoenix più elettronici.

A dare il cambio alle otto sono i True Love Ensemble, alias Filippo Cattini & Soci. Dopo un inizio se non eccellente di certo promettente, si fa un passo indietro verso quell’elettronica minimalista & ripetitiva (e badate bene, le due cose non vanno necessariamente a braccetto) con loop di batteria in quattro quarti ripetuti all’infinito, un timido motivo di tre note comprate ai saldi e variazioni o sovrapposizioni rare come le visite delle Bestie di Satana all’Angelus. Poca fantasia, pochissimo divertimento, solo ritmi ipnotici da filodiffusione nei negozi di Pull And Bear per annebbiarti la mente e spingerti a comprare sempre di più.

Fortunatamente i Reis & Pitz, che salgono sul palco alle nove, regalano una ventata d’aria fresca a tutti i presenti, offrendoci un’elettronica aperta, in grado di dialogare con diversi generi musicali – in particolare il soul –  trascendendoli e mescolandoli con effetti a sorpresa, senza mai rinunciare a ritmi accattivanti, tribali e pieni di groove; nota di merito in particolare ai loro bassi spaccatimpani che fanno ondeggiare su e giù tutti i ciuffi, di ogni forma e dimensione. I due riprendono vagamente quelle sonorità – di nicchia – che molti ricollegherebbero a Burial e SBTRKT, per renderle più facili e più accessibili al grande pubblico che non vuole rinunciare ai suoni buoni, che ha orecchio e che non disdegna ogni tanto una vecchia, sana cassa in quattro quarti.

Una volta che i due hanno abbandonato la consolle, il clima cambia: chi prima danzava, ora sta seduto a gambe incrociate in procinto di ascoltare, mentre davanti al palco qualcuno lascia una grossa testa di Dumbo in cartapesta, un riferimento alla band che sta per esibirsi, Dumbo Gets Mad. C’è una fila di lampadine rosse che s’avvinghia alla proboscide e le circumnaviga la testa, spandendo tutt’intorno un’aria natalizia che contrasta con la vegetazione di plastica e il fenicottero rosa che capeggia al lato della scena. I Dumbo sono in circolazione dal 2010. Formatisi tra Reggio Emilia e Los Angeles, si presentano come duo – Luca, chitarra e voce, e Carlotta, voci e tastiere – ma sul palco salgono in quattro: dal 2011, data di uscita del loro primo disco Elephants at the Door per Bad Panda Records, sono accompagnati da Andrea Scarfone (bassista dei Julie’s Haircut ) e Lorenzo Rotteglia (batteria). Assieme hanno girato e suonato tanto: il successo del primo lavoro assieme li ha portati ad aprire per band come Neon Indian e The Black Lips al Find Out Festival di Marsiglia, e a suonare tra il Circolo degli Artisti di Roma e il MI AMI Festival di Milano. Questa sera sul palco dell’Eleva, reduci da una prima data reggiana al Meeting People is Easy della settimana scorsa, si presentano con il loro secondo lavoro, Quantum Leap, uscito a febbraio sempre per Bad Panda.

Salgono sul palco e l’atmosfera tropicale suggerita dalle piante e dai fenicotteri è ribadita dall’outfit della formazione emilio-americana: camicie coloratissime, fantasie di (dubbio) gusto hawaiano, fazzoletti sgargianti legati alle aste dei microfoni, tanto per intenderci un tuffo in un altro tempo – gli anni 60 – e in altri luoghi, un’utopica ibridazione tra la Swingin’ London e i Mari del Sud.  Alle prime note, si scopre con piacere che al look sgargiante corrisponde una resa sul palco sicura e di presenza: la sezione ritmica è solida, precisa e stupisce talvolta con soluzione ritmiche interessanti, cosa a cui, negli ultimi anni, di certo gli ascoltatori non sono stati molto abituati. Ad Andrea e Lorenzo, si sovrappongono Luca e Carlotta: lei con i suoi acuti, la voce tagliente, affilata e suoni di sintetizzatore estremamente accurati, che oscillano, nella loro ricerca sonora, tra i ’70 e gli ’80; lui chitarra acida, intorbidita nel fuzz o vaporizzata nei riverberi che, intrecciandosi ai sintetizzatori, sono il marchio di fabbrica del sound della band: un dream pop con un piede nella psichedelia ed uno nell’elettronica, senza mai distogliere lo sguardo dalla scena beat inglese degli anni ’60.          

La scaletta oscilla tra “vecchie glorie”, se così vogliamo chiamarle, del primo lavoro, e i brani di quello più recente: dalle chitarre infiammate, i ritmi tribali e il tono aggressivo di Carlotta in Tahiti Hungry Jungle  a Plumy Tale, squisitamente retrò, eppure groovy, accattivante e trascinata col suo riff di chitarra così acidula, per poi perdersi nel suo cuore psichedelico che ricorda i Tame Impala. Radical Leap presenta invece sonorità che ricordano la Haiti degli Arcade Fire, con rimandi evidentemente caraibici, mentre Marmelade Kids si rivela più eterea, riverberata, tipicamente dream pop. Il tutto condito con una presenza scenica solida e sicura di ragazzi che, nonostante la giovane età, sono già abituati a misurarsi con certi palchi, riuscendo a coinvolgere un pubblico inizialmente mostratosi freddo. È bastato un invito di Carlotta con perfetto accento west coast (cosa che ha tradito le origini non del tutto autoctone del progetto) perché il pubblico si alzasse dalla polvere e cominciasse a ballare, accompagnando quei ritmi strascicati che i Dumbo ci hanno offerto fino alla fine del concerto.

Di certo quello della band è stato un esordio promettente confermato – se non superato – dal secondo lavoro. L’esecuzione dei brani può migliorare, soprattutto per quello che riguarda la sezione melodica: alcuni passaggi insicuri o imprecisi possono essere facilmente rattoppati, mentre un paio di riarrangiamenti più ricchi o articolati potrebbe evitare alcuni piccoli momenti di vuoto nelle parti strumentali dei brani. Tuttavia il valore della performance non è da discutere: le mancanze vengono facilmente colmate con lo charme e il groove della band, che lasciano presagire una serie di soddisfazioni future, sia in studio, sia fuori.     

Il concerto è finito. Per qualche minuto la folla si disperde mentre i tecnici si avvicendano sul palco: il tempo di smontare le testate e le casse di Dumbo Gets Mad e la consolle è già sul palco. Salgono Matteo Cabassi & Alexander Cherry che offrono agli ascoltatori una miscellanea in costante oscillazione tra house e techno; nel frattempo, il pubblico dei Dumbo ormai si è volatilizzato, ed è stato sostituito da centinaia di ragazzi e ragazze che si scatenano al ritmo della cassa.

Già li si vedeva fuori dai cancelli, poco prima, interrogarsi sulla natura misteriosa della band sul palco, in attesa dell’inizio vero e proprio della “festa”, dove la musica sembra più essere un vago sottofondo su cui muovere il culo, e non l’obiettivo principale della cosa. Mah. Di certo la forza dell’Eleva è quella di accorpare e riunire generi musicali che – accomunati soltanto dal mezzo elettronico e digitale – non avrebbero alcun’altra occasione per raggiungere un punto di contatto in altre occasioni. Forse quello che è mancato stasera è proprio la sinergia tra i generi, il completamento dell’uno nell’altro, l’arricchimento reciproco che fa completa una serata, invece della semplice giustapposizione, con conseguente ricambio di pubblico a seconda di chi si è esibito sul palco.

Sabato 7 settembre – Arena Campovolo, Reggio Emilia

Laboteck / Nerd Flanders / Daddy G (Massive Attack) / Andy Butler (Hercules and Love Affair) / Benoit & Sergio  

Daddy G Eleva Festival

Daddy G, foto di Lisa Barbieri

Attraverso quella che una volta si chiamava Festa dell’Unità, che ora si chiama Festa Democratica, ma che a Reggio si chiama FestaReggio, facendomi largo tra i tipi umani che la popolano a quest’ora: anziani già in avanzato stato di digestione di gnocco fritto, neo-coppie con neo-figli e poi – mirabile e misteriosa visione – torme di giovani, con occhiali da sole nonostante l’assenza di luce solare, pantaloni corti con risvolti, bottiglie di plastica con vino d’autogrill e panino con mortazza ormai ridotto in briciole impigliate nella barba (foltissima). Questa sera scordatevi il liscio & le cover band dei Queen perché Campovolo ospita un evento internazionale di musica elettronica. Sì, avete capito bene, la serata finale di Eleva Festival si svolge proprio qui. Tra i nomi, Daddy G dei Massive Attack, Andy Butler, Benoit & Sergio: niente Ligabue, chiaro?

Entrando, sul palco dello Sputnik Rock noto quattro enormi palloni, che vengono attraversati da tutte le sfumature di colore pastello a seconda dei giochi di luce dei riflettori, dal rosa al giallo, dal blu al verde. Il fondale è diventato un enorme schermo che proietta il nome dell’artista, animato a ritmo di musica: “Laboteck” dice la scritta danzante dietro alla consolle, dove, tra due casse che quasi lo sovrastano in altezza, si sta esibendo il primo dj. Mentre i primi arrivati si distendono sui cuscini Eleva che occupano la pista da ballo – e usiamolo questo termine così inusuale -, l’artista ci offre un’electro-house che non trascura la ricercatezza e la sperimentazione nelle soluzioni sonore, mescolando, mano a mano che l’esibizione procede, suoni odiernissimi all’hip-hop, allo swing alle voci soul che accompagnano alcuni brani, per regalare agli astanti una chiusura più dichiaratamente techno. Le campionature ritmicamente curiose che ci offre Laboteck sfumano però troppo spesso nella più convenzionale musica da apero-sottofondo, un costante rischio per chiunque decida di fare musica comprandosi un computer invece che una chitarra. Nonostante questo, l’orecchio di Laboteck si rivela virtuoso nel cambio tra brani e in tutta l’effettistica – spesso invece invadente – con cui si reinventano i pezzi on stage: i loop con crescendo di velocità da una parte, e delay & flanger dall’altra regalano una ventata di aria fresca a chi ascolta per l’accortezza con cui vengono utilizzati; quanto basta per dire che qui le manopoline le si sanno usare bene. 

A salire sul palco– costante la cerimonia di consegna della consolle, in cui il dj uscente ed entrante si passano letteralmente la staffetta – è poi Nerd Flanders, alias Paris Koumiotis – dj sì, ma anche ai vertici dell’organizzazione di Eleva Festival. Dopo il primo brano, stop alla musica: microfono alla mano, Nerd chiede un minuto di silenzio per la tragica situazione attuale della Siria. Sull’arena piomba il silenzio, che però non travalica il minuto che gli è stato riservato. Alla riapertura delle danze, tra il pubblico serpeggia ipnotico un sound techno-minimal che cresce fino ad inglobare tutti in un gigantesco blob di trance. Martellanti bassi scuotibudella e voci filtrate che sussurrano nelle orecchie assordate di chi, più che ascoltare, se la scialla e balla. Alle atmosfere cupe di organi dissonanti e rullanti sincopati, si alternano di volta in volta synth molto più leggeri, con sonorità anni ’80 che ci lasciano tirare fiato tra una carica e l’altra. In conclusione una piccola sorpresa: cameo con la voce di Lana Del Rey, quasi a distendere un dj-set in cui si è pestato a dovere.    

Arriva poi il momento di quello che per me è – lo ammetto – è un po’ l’artista di riferimento dell’evento, un musicista che di certo non ha bisogno di presentazioni, Daddy G dei Massive Attack, due metri di altezza e due cuffie ridicolmente piccole viste da quaggiù. L’inizio del suo dj-set costituisce un’inversione di rotta tanto brusca quanto necessaria nella programmazione, giusto per ricordare al pubblico quanto le declinazioni possibili dell’elettronica siano numerose. Ci si presenta alle orecchie subito un sound acido con chiari rimandi reggeaton, con tanto di numerosissime campionature di sirene della polizia ovviamente. Pochi minuti dopo il computer si blocca: due secondi di panico totale, ma Daddy G non ha paura di sfoderare le sue armi da live performer, ed intrattiene il pubblico già su di giri – per usare un'altra espressione desueta – fino alla riparazione.

Da questo momento però assistiamo ad una svolta: al reggae si alternano sonorità più classiche – da electro pre-2000: cassa e rullante incalzanti, bassi ben presenti, e voci che si sovrappongono tra la delicatezza di canti alla Moby e passaggi rap della scena inglese. La chiusura del set è di nuovo un’orgia di sirene bomboclat, di ritmi in levare, di groove caldi di funk fino al culmine: una versione reggae di Teardrop che ci fa esplodere tutti – o quasi – in un'ovazione generale.     

Andy Butler Eleva festival

Andy Butler, foto di Lisa Barbieri

Daddy G lascia il palco ad Andy Butler degli Hercules and Love Affair: un metro e novanta, muscolatura da giovane Schwarzenegger (quello che parlava più tedesco che inglese), piratesca barba rossa e uno zuccotto da portatore d’acqua sub-sahariano che le cuffie gli lasciano ben calcato sui suoi capelli pel-di-carota. Il dj-set di Andy – che al di fuori degli Hercules vanta una certa carriera da produttore – è all’inizio più minimale di quello di Daddy G, con mash-up di basi electro con le parti vocali di successi anni '70, sonorità funky e cambi lenti e graduali. Ma presto tutto cambia, in una costante alternanza tra suoni da dance inglese anni '90 e sonorità più contemporanee, che tradiscono l’attenzione di Butler per la scena elettronica odierna.

Tra casse martellanti, synth dissonanti e dolci voci femminili, il set evolve ancora in una kermesse che attraversa gli ultimi dieci anni di musica elettronica, spaziando da brani come Nobody Else di Dusky a Reach di Morillo, fino alla scatenata Activator di Whatever Girls. Non un attimo di pace, Butler fa perdere il suo pubblico in labirinti di sintetizzatori, stordendo ed affascinando i presenti con remix aggressivi e scuotibudella. Un’esplosione di energia attenta alla qualità, che sa guardare indietro a quello che il passato ci ha lasciato di buono ma senza perdersi in feticismi vintage: l’obiettivo – raggiunto in pieno – rimane sempre quello di travolgere il pubblico, con qualsiasi mezzo, auto esclusa. 

La mezzanotte è già scoccata da un pezzo, Cenerentola non tornerà di certo a bordo di una zucca e decide di rimanere in transenna ad ascoltare Benoit & Sergio. Come il caro Daddy G, anche il sopracitato duo si presenta come un’alternativa interessante all’offerta dominante del festival. La forza sta proprio nel modo in cui dialogano col passato, rinfrescandolo, svecchiandolo e offrendocelo per ballare: fin da subito è chiaro l’impiato funky di tutto il set, con un’attenzione estrema ai groove classici degli anni e ai suoni vintage di sintetizzatori anni ’70 rivisitati in chiave electro. Ovviamente non siamo al museo archeologico: non mancano i bassi violenti che pestano ma con eleganza, in continui giochi d’incastro con i levare dei riff di chitarra leggeri leggeri, comunque eccellenti per dimenare tutto quello che si trova al di sotto della cintura. I due ci regalano un set lucidissimo, raffinato ma forse – a voler trovare per forza una nota negativa – troppo uniforme nella sua interezza.

A salire per ultimo sul palco, Steve Bug, dj berlinese di ormai comprovata esperienza, che ci regala uno strepitoso dj set con brani come These Groves e Wet, in constante oscillazione tra techno e sonorità più propriamente house.      

A dj-set concluso, mentre le persone più vecchie e stanche, quelle che ne hanno avuto abbastanza di "sole" cinque ore di musica ininterrotta, si ritirano nelle loro stanze con vergogna, tutti gli altri si dirigono all’Arci Tunnel di Reggio per ballare con dj-set fino alle sette del mattino. Niente di meglio dell'alba per coronare la conclusione di dodici ore di musica non stop, e di un evento che, nonostante sia alla sua prima (e speriamo non ultima!) edizione, si farà sicuramente ricordare. 

Qui sotto potete vedere lo slideshow con le foto delle due serate, scattate dalla nostra fotografa Lisa Barbieri.