Grizzly Bear – Shields (Recensione)

Grizzly Bear – Shields (Recensione)

2017-11-08T17:15:31+00:005 settembre 2012|


Grizzly Bear Shields
I quattro orsi rincarano la dose
del loro sound barocco ed elegante.
Ma sotto agli arrangiamenti questa
volta spunta un’inedita vena pop.

8,5/10


Uscita: 17 settembre 2012
Warp Records
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I Grizzly Bear non hanno paura della loro identità. In un’annata che ha visto i nomi più attesi dell’indie rock cercare di cambiare strada rispetto al loro passato recente (vero, Animal Collective?), oppure rinnovarsi raffinando ulteriormente la propria miscela sonora (Dirty Projectors), i quattro orsi di Brooklyn hanno realizzato un album che resta sostanzialmente all’interno dei binari del precedente Veckatimest. Anzi, se possibile Shields spinge ancora di più il pedale sulle caratteristiche che non erano piaciute a tutti del fortunato predecessore: più arrangiamenti orchestrali, più enfasi quasi barocca, più cori, più brani lenti e semi-lenti.

Ovviamente però, visto che stiamo parlando di una delle band più interessanti nel panorama indie attuale, basta ascoltare con attenzione e questa continuità rispetto al recente passato si rivela solo una facciata: se è vero che Shields accentua alcune caratteristiche di Veckatimest, allo stesso tempo apre anche scenari nuovi per la band di Brooklyn, che ci fanno ben sperare per gli sviluppi futuri.

La prima novità è l’espressione di un potenziale epico finora assente nel repertorio della band, messo in luce dalla straordinaria apertura Sleeping Ute: partendo da una struttura simile alla opening track di Veckatimest Southern Point, Daniel Rossen crea un affresco sonoro di rara bellezza, che alterna l’intensità elettrica delle strofe con la quiete sospesa della coda acustica, con un effetto espressionista che lascia il segno su tutta la prima parte dell’album. Mai prima d’ora i Grizzly Bear erano suonati così a loro agio nell’unire gli estremi della loro ispirazione.

La successiva Speak in Rounds prosegue sulla stessa strada, sostituendo però le chitarre elettriche con quelle acustiche e affidando il brano alle due voci di Rossen e Ed Droste, che per la prima volta (come in molti altri brani del disco) si alternano nelle parti vocali. Insieme queste due canzoni formano un’apertura assolutamente eccezionale, che fissa subito l’asticella molto in alto per il resto del disco.

L’altra novità (evidenziata dai successivi brani) è un’inedita vena pop, che questa volta non viene confinata nei singoli (come Two Weeks sul precedente album), ma pervade gran parte del disco: l’elegante Gun-Shy, la marcetta A Simple Answer (in verità anche il pezzo meno convincente dell’album), ma soprattutto la splendida Yet Again, che sembra provenire da una specie di dimensione parallela dove Ed Droste si è unito ai primi Coldplay. La melodia malinconica si adatta perfettamente alla performance del cantante, che guida l’intero brano circondato da violini e liquide chitarre. Con tutto questo potenziale pop in bella mostra, non mi stupirei se questo pezzo potesse presto diventare il brano più conosciuto del quartetto di Brooklyn.

A venire quasi completamente abbandonata invece è l’attitudine psichedelica, che si è andata spegnendo gradualmente dai tempi di Yellow House. Quello che rimane è un disco di puro indie pop, con una piacevole vena sperimentale (evidenziata dalle fumose atmosfere quasi jazz di What’s Wrong), e arrangiamenti decisamente più complessi della media: la smisurata Half Gate mischia archi e tamburi per cinque minuti e mezzo indubbiamente epici, ma che possono anche risultare eccessivi per chi non ama il pathos troppo esibito.

Dove invece il disco non sbaglia è nella chiusura: la ballata per pianoforte Sun In Your Eyes viene spinta dagli arrangiamenti di fiati ed archi al livello di Sleeping Ute, chiudendo il cerchio dell’album con sette minuti praticamente perfetti. “It overflows” canta Rossen, e sembra si stia riferendo all’intero disco: se c'è un collante che tiene insieme questi dieci brani e l'incapacità dei Grizzly Bear di rimanere all’interno degli argini della canzone pop, una debordante creatività che si esprime anche quando lavorano con strutture più convenzionali, come in questo caso.

Ne risulta un disco eccessivo, curatissimo ed elegante, che fotografa una band ormai matura e decisamente in stato di grazia. Qualcuno potrà obiettare che non è ancora il capolavoro che ci si poteva aspettare, ed ha ragione: in tre album insieme, il quartetto non ha ancora realizzato un disco che non venga schiacciato a tratti dal peso delle sue stesse ambizioni. Ma, ed è questo il bello, i Grizzly Bear sembrano veramente appartenere ad un’altra era della musica, quella in cui un gruppo veniva lasciato libero di crescere e maturare con le sue tempistiche, senza l’obbligo di realizzare subito la sua opera definitiva. Se non è ancora un capolavoro, Shields è la promessa di un capolavoro: e a noi, fiduciosi, non resta che aspettare…