I 40 migliori dischi del 2016 (#1-19)

I 40 migliori dischi del 2016 (#1-19)

2017-11-08T16:00:19+00:0031 dicembre 2016|

 

Seconda parte della nostra classifica 2016: qui sotto trovate le posizioni dalla 19 alla 1 dei nostri dischi preferiti usciti in questi dodici mesi. Qui invece trovate le posizioni dalla 20 alla 40!

E per assicurarsi un anno nuovo accompagnato da tutti i nostri artisti preferiti, non dimenticate di dare un'occhiata al nostro Calendario 2017!

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19. Eleanor Friedberger – New View

newview_eleanor-FriedbergerL'ex Fiery Furnaces diventa finalmente adulta con un album di ottime canzoni legate ai grandi classici degli anni '70 (Joni Mitchell su tutti, ma anche Neil Young, Dylan e Patti Smith) e aggiornate alla sensibilità (e ai suoni) dell'indie pop di oggi. Una nuova fase nella sua vita, un nuovo stile che speriamo ci porti tanti altri bei dischi in futuro. RECENSIONE

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18. Teenage Fanclub – Here

Teenage Fanclub HereUn nuovo disco dei Teenage Fanclub è sempre un evento atteso dai fan dell'indie pop delicato e melodico. Il fatto che tra un disco e l'altro di solito passino sempre 5-6 anni rende ognuno dei capitoli della loro discografia speciale, ma questo Here va oltre le più rosee aspettative: melodie impeccabili e contagiose, chitarre scintillanti e soprattutto quell'attitudine artigianale alla canzone, senza urla o proclami, che è sempre più raro trovare. 

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17. Bon Iver – 22, A Million

Bon Iver 22 A MillionAtteso al varco dopo i passi da gigante compiuti sul suo ultimo LP, Justin Vernon ha realizzato la versione più convincente del suo indie folk etereo, al quale ha aggiunto consistenti dosi di r&b, elettronica, auto-tune e persino hip-hop: raro trovare un disco oggi che utilizzi le chitarre in un contesto così moderno, per di più in una cornice affascinante fatta di numeri e misteriose simbologie.

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16. Iggy Pop – Post Pop Depression

Iggy Pop Post Pop Depression Josh HommePer quello che potrebbe essere il suo ultimo album (ma sarà vero?), il vecchio Iggy ha svecchiato il suo sound con l'aiuto di Josh Homme dei Queens of the Stone Age, produttore e co-autore dei brani. Il risultato è uno dei dischi più convincenti e diretti dalla sua intera carriera solista, pieno di riff pungenti, spunti di riflessione e di un'attitudine rock sentita e convincente. RECENSIONE

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15. Parquet Courts – Human Performance

parquet artCon ogni successiva uscita i quattro newyorchesi si stanno affermando come la più faccia più credibile del revival indie rock anni '90: non puramente dei nostalgici che riciclano riff e attitudine dei Pavement, ma ammiratori in grado di innovare un sound ormai classico con l'aggiunta della loro peculiare visione artistica. Human Performance è il punto più alto raggiunto da questa ricerca: quattordici canzoni da godere dalla prima all'ultima, e questa volta non mancano neanche i singoli acchiappatutto (Dust, Berlin Got Blurry).

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14. Junior Boys – Big Black Coat

Junior BOys Big Black CoatDopo un paio di prove minori, il duo canadese è tornato in gran forma quest'anno, senza tradire di un millimetro il synth-pop anni '80 che da sempre li caratterizza, ma scrivendo una serie di canzoni memorabili e immediatamente ballabili, lasciando da parte gli esperimenti meno riusciti del passato: cosa chiedere di più?

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13. The Avalanches – Wildflower

Avalanches WildflowerL'album elettronico più atteso da 16 anni a questa parte si è dimostrato all'altezza delle aspettative e della sua lunghissima lavorazione: dal primo secondo si è immersi nell'atmosfera estiva che solo la crew australiana è in grado di evocare, tra centinaia di campionamenti, basi sempre convincenti e featuring di alta qualità, sia dal mondo hip-hop che da quello indie. Un gioiello che se fosse uscito dieci anni avrebbe fatto gridare al capolavoro, una vera gioia per le orecchie.

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12. Lambchop – FLOTUS

lambchop-flotusNon solo Bon Iver: l'altro nome indie che è riuscito a sposare auto-tune e texture r&b alle chitarre è una vera sorpresa: al loro dodicesimo album, Kurt Wagner e la sua "piccola orchestra" di Nashville hanno realizzato un riuscitissimo e mutante ibrido tra country, rock, cantautorato e elettronica che rivela i suoi lati migliori senza fretta, a chi ha la pazienza di ascoltare e abbadonarsi alle sue raffinatissime texture sonore. Consigliatissimo, come al solito!

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11. Radiohead – A Moon Shaped Pool

Radiohead A Moon Shaped PoolDopo il deludente The King of Limbs, erano in molti a pensare che la parabola discendente dei Radiohead fosse purtroppo iniziata: niente di più sbagliato, A Moon Shaped Pool è un lavoro ad altissimo voltaggio emozionale, forse il disco più umano dai tempi di Ok Computer, e anche quello in cui l'indeterminatezza tipica di Thom Yorke si trasforma in una serie di osservazioni su eventi molto concreti (il divorzio dalla moglie, le tematiche ambientali, il ruolo dei figli). Intorno a lui è il solito trionfo di produzione e suoni impeccabili, questa volta in perfetto equilibrio tra elettronica, chitarre e archi. RECENSIONE

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10. Okkervil River – Away

Okkervil River AwayUn altro inaspettato e graditissimo ritorno del 2016: l'album in cui Will Sheff fa cadere definitivamente la maschera e rivela che gli Okkervil River non esistono più, assembla una band di musicisti jazz e realizza quello che è a tutti i sensi il suo primo album solista. Lo shock fa bene alla sua scrittura e agli arrangiamenti: bastano i sette minuti di Okkervil River R.I.P. per entrare nel cuore.

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9. Mitski – Puberty 2

Mitski Puberty 2La sorpresa dell'anno: una giovane cantautrice realizza quello che è probabilmente il brano dell'anno (Your Best American Girl), ribaltando la prospettiva americanocentrica del suo Paese, e parlandoci nel frattempo di radici, eredità, paura e crescita. E anche il resto dell'album testimonia di un talento per l'osservazione e una voce unica, ma ancora in crescita: dove potrà arrivare?

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8. PJ Harvey – The Hope Six Demolition Project

pj-harvey-the-hope-6Verrebbe quasi da semplificare: Polly goes to the USA (e in molti altri posti come Afghanistan e Kosovo), e da tutti questi viaggi riporta a casa osservazioni, invettive, immagini fulminanti e grandi canzoni. Meno coeso del precedente Let England Shake, più corale e imperfetto, ma è un'ulteriore conferma di un talento unico, per come padroneggia linguaggi musicali diversi e per lo sguardo lucido che rivolge alle piccole e grandi miserie del mondo. E alla fine arriva Dollar, Dollar ed è impossibile non commuoversi. RECENSIONE

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7. Car Seat Headrest – Teens of Denial

L'anno scorso Will Toledo era già finito sulla nostra classifica con la raccolta di demo Teens of Style, ora è nella Top 10 con il suo vero album di debutto: dove andrà a finire? La capacità di condensare in piccole miniature indie rock lo stile perfezionato dai Guided by Voices lascia senza parole, ma dove Robert Pollard nascondeva il significato dietro la sua assurda mitologia, qui si parla un linguaggio più cantautorale: se è ancora possibile dire qualcosa d'importante partendo dalle "piccole storie" della provincia americana, questa è l'unica via plausibile.

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6. Leonard Cohen – You Want It Darker

Leonard Cohen You Want It DarkerIn un anno che ci ha tolto tante voci indimenticabili, sarà difficile riconciliarsi con l'esistenza senza il tono profondo di Cohen, che qui mette subito le cose in chiaro dalla prima traccia: "I'm ready, my Lord". Le altre canzoni sono un addio alla vita struggente e pieno di consapevolezza, aiutate dagli arrangiamenti sempre appropriati e (finalmente) moderni del figlio Adam. Se il grande cantautore canadese intendeva questo come il suo testamento, non poteva andarsene in un modo migliore.

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5. Angel Olsen – My Woman

Angel Olsen My WomanTutte le qualità che gli album precedenti avevano messo in luce, sono state clamorosamente confermate da questo lavoro intenso e versatile: come e più di Courtney Barnett, Angel Olsen è in grado di alternare registri diversi con estrema facilità, dal rock rabbioso alla ballad strappalacrime, mantenendo sempre un'identità ben precisa. E' questa la voce femminile che più ci ha colpito quest'anno, e che speriamo possa continuare a crescere anche con i prossimi lavori.

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4. ANOHNI – Hopelessness

Anohni HopelessnessPochi dischi quest'anno hanno avuto l'impatto devastante dell'esordio di Antony Hegarty (ex Antony and the Johnsons) con il suo nuovo nome ANOHNI: tra dichiarazioni ad alto tasso emotivo (I Don't Love You Anymore, Watch Me), appelli rivolti direttamente al presidente degli Stati Uniti e lo sconvolgente desiderio di morte di Drone Bomb Me, il disco è pieno di materiale infiammabile, sostenuto dalle basi elettroniche sempre taglienti (ma anche accessibili e ballabili) concepite da Oneohtrix Point Never e Hudson Mohawke e dalla splendida voce di ANOHNI. Una bella svolta rispetto alle ballate per pianoforte dei dischi precedenti, ed è (molto) meglio così!

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3. Damien Jurado – Visions of Us on the Land

Damien Jurado Visions of Us on the LandCosa deve ancora fare Damien Jurado perché il mondo si accorga di lui? Il veterano cantautore di Seattle è tornato quest'anno con il capolavoro di una carriera pluriventennale sostenuta da una qualità sempre altissima: questo capitolo finale nella trilogia fantascientifica iniziata con Maraqopa è semplicemente bellissimo, sostenuto da un'atmosfera psichedelica e altamente evocativa che lo attraversa dall'inizio alla fine, da un uso magistrale dello studio di registrazione e da una varietà stilistica che molti altri artisti si possono solo sognare. Fatevi un piacere e scopritelo: non ve ne pentirete.

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2. David Bowie – Blackstar

Blackstar David Bowie coverLo status leggendario di Blackstar è stato suggellato appena due giorni dopo l'uscita, nei primi giorni di gennaio, con la notizia della morte del suo autore. Era ovvio che Bowie avrebbe lasciato al nuovo album il compito di fare da suo testamento, quello che non era così ovvio è di che razza di testamento si sarebbe trattato: un gran finale che riprende ed espande oltre cinquant'anni di musica, coprendo addirittura nuovi territori grazie all'utilizzo di un affiatato ensemble di musicisti jazz e alla curiosità irrefrenabile di Bowie. Tra ardite esplorazioni (la title-track), strizzate d'occhio alle scivolate industrial e jungle degli anni '90 ('Tis a Pity She Was a Whore e Sue In a Season of Crime) e ballate (Dollar Days), c'è spazio anche per non uno ma due testamenti: Lazarus ti strappa il cuore facendoti sentire il peso della perdita, I Can't Give Everything Away chiude su una nota di speranza e riconciliazione. Semplicemente un capolavoro, da qualunque lato lo si osservi.

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1. Nick Cave and the Bad Seeds – Skeleton Tree

Nick Cave Bad Seeds Skeleton TreePer superare la carica espressiva di Blackstar (ovvero il testamento di uno degli artisti più importanti del ventesimo secolo) ci voleva qualcosa di più: non la consapevolezza (più o meno tranquilla) dell'uomo che si avvicina al suo destino, ma il buio completo e insensato dell'uomo a cui la morte piomba in casa, cadendo dal cielo "in un campo vicino al fiume Adur" come dicono le prime parole di questo disco. La perdita del figlio quindicenne Arthur ha spinto Nick Cave a realizzare un altro capolavoro, immerso in un'atmosfera nera come la sua copertina, impreziosito dagli innovativi arrangiamenti del geniale Warren Ellis. Cave balbetta, si ripete, si perde in una musica che è quanto di più indefinito ci sia, senza uno straccio di punto di riferimento (ritmo, melodia) a cui aggrapparsi. E poi, proprio quando l'oscurità e la confusione sono totali, il grande colpo di scena sui tre brani finali: il ritmo riprende a battere come se fosse il cuore di un uomo che continua a vivere, nonostante tutto, gli appelli disperati restano ma si stemperano in una nebbia che tutto copre e tutto attutisce. Fino all'ultima traccia, la funerea Skeleton Tree, nella quale l'accettazione è totale e "It's alright", la vita va avanti nonostante tutto.

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