Iggy and The Stooges – Ready to Die (Recensione)

Iggy and The Stooges – Ready to Die (Recensione)

2017-11-08T17:15:49+00:0018 giugno 2013|


Iggy & the Stooges - Ready to die
Una prova che non aggiunge nulla alla storica band, anzi rischia di rovinarne l'eredita': non basta il ritorno di James Williamson per scrivere un seguito di Raw Power!

5/10


Uscita: 30 aprile 2013
Fat Possum Records
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Se fino a qualche tempo fa, in occasione di ogni loro ritorno, gridavo “E’ tornato Iggy, sono tornati gli Stooges”, adesso faccio fatica anche ad ascoltare per intero un nuovo LP.

Da quando la band ha perso Ron Asheton, la cui chitarra trascinava l’intero motore della formazione garage per eccellenza, la musica è cambiata. Iggy, purtroppo per noi e per il rock, non è più quel performer eccezionale che, col suo corpo magrissimo e scolpito, ha dato nuovi spunti a tanti frontman (in primis Lux Interior dei Cramps) su come aggredire il palco. Sono passati più di 40 anni da quando, prima The Stooges (1969) e poi Funhouse (1970), reinventarono il modo di fare musica rock: da lì in poi il punk e tutto ciò che ne deriverà. Così arriviamo ad oggi e sono molte le cose che sono cambiate: l’età che, volente o nolente, si fa sentire, le idee che non sono più brillanti come un tempo, la scrittura dei testi e la musica in sè. Sono terminati i tempi del garage-glam dritto, sporco, vizioso e senza pudore. Questo nuovo disco sembra, ahimè, una brutta copia di alcune uscite poco acclamate dell’”Iguana” negli anni ’90!

A parte la facile retorica che può essere fatta sul titolo del disco, viene da pensare quasi ad un ammissione delle proprio colpe: è come se Mr. Osterberg Jr. e compagni si rendessero conto di aver esaurito la loro carica primordiale e primitiva, che sembra del tutto scomparsa su questo lavoro. Degli undici brani presenti in Ready to Die solo pochi possono essere salvati. Non bastano gli assoli di James Williamson (in veste anche di producer), per dare carisma a pezzi in cui la scrittura non supporta la struttura. A volte sembra di ascoltare un disco di banale hard rock, non quel genere fatto di chitarra, basso, batteria e voce così scarni da far individuare al primo riff cosa ci aspetta: adrenalina. Poste come spartiacque troviamo Unfriendly World, a metà disco, e la finale The Departed: brani di alt-country che sembrano scritti da un Johnny Cash pensieroso, con la voce di Iggy che ricorda da vicino quella del cantautore americano scomparso dieci anni fa.

E’ un disco che al primo ascolto scorre via ed al secondo non ti lascia alcuna voglia di ascoltarlo per molto tempo. In conclusione, non si deve fare i giovani a tutti i costi. In onore alla loro carriera e alla nostra memoria, consiglio a Iggy e compagni di limitare la produzione di album in futuro. L'unica consolazione è quella di poterli vedere passare prossimamente dalle nostre parti, armati di voglia di suonare come ai vecchi tempi e di maschere per l'ossigeno ormai sempre più maneggevoli!