James Blake – Overgrown (Recensione)

James Blake – Overgrown (Recensione)

2017-11-08T17:15:49+00:0016 maggio 2013|


James-Blake-Overgrown
L'electro-writer si conferma tra le migliori realta' della scena elettronica, con un album che spazia dall'introversione impalpabile agli echi dubstep.

7/10


Uscita: 8 aprile 2013
ATLAS / Polydor Records
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A distanza di due anni dall’omonimo disco di debutto, James Blake propone il suo secondo lavoro, targato questa volta Polydor. Il talento del giovane musicista inglese è davvero sorprendente soprattutto se pensiamo che ci troviamo di fronte a un giovane classe 1988. Già due anni fa quando uscì il primo LP, interamente autoprodotto ed anticipato da una serie di EP sicuramente meritevoli di interesse, si intravedevano le potenzialità del giovane producer. E Blake con Overgrown stupisce nuovamente tutti: alla faccia di chi dice che il secondo lavoro delude le aspettative.

Sin dalla prima traccia, colui che è stato indicato come l’alfiere del filone soul-step, sottolinea come è possibile far musica semplice ma diretta al tempo stesso, in un periodo in cui siamo sovraccaricati di produzioni più o meno discutibili a causa del web. La musica di Blake è caratterizzata da suoni delicati, tra i quali la presenza del piano è costante. L’uso di questo strumento e della voce potrebbero ricordare Antony Hegarty, ai più noto come Antony and the Johnsons. È vero che entrambi rievocano un’intimità profonda e coinvolgente ma è pur vero che la ricerca sui suoni e sulle ritmiche scomposte presenti in Overgrown o negli altri lavori permettono a Blake di ritagliarsi un universo sonoro del tutto unico.

I Am Sold, seconda traccia del disco conferma la sensazione avuta con l’apertura di Overgrown: è un disco in cui i riverberi saranno costanti, utilizzati quasi come un leitmotiv per attribuire ad ogni singolo passaggio forza. In Life Around Here il ritmo domina: ecco che viene fuori la vena dub-step fino ad ora solo abbozzata ma che si insinua latente in tutti i brani precedenti. Nulla è lasciato al caso e Blake lo sa. Ogni minimo passaggio è ricco di carica dinamica ed emotiva. La vena soul emerge nella sensibilità con cui racconta le storie descritte nei suoi testi. E Retrograde, inserita a metà del disco ne è un chiaro esempio: una disperata preghiera per sostenere una donna, una ragazza a cui si chiede di mostrare una forza che forse la vita ha allontanato.

La seconda parte del disco è caratterizzata da brani in cui la convivenza tra ritmo e armonie crea atmosfere eteree (DLM e Our Love Comes Back) ma, allo stesso tempo, denota come Blake stia utilizzando un registro apparentemente lontano da ciò che ha proposto finora (ad esempio nella collaborazione con Brian Eno Digital Lion e Voyeur).

È di certo un disco più maturo del primo, sia come forma che nello scorrere dei brani. Una sorta di percorso in cui le improvvise accelerazioni ritmiche sono dolcemente interrotte da momenti di pura riflessione. L’unica pecca, se cosi si può dire, la riscontriamo nel brano Take A Fall for Me, potenzialmente ben inserito nel contesto dell’album ma stravolto da una scomoda voce hip-hop. La collaborazione tra Blake e il leader dei Wu-Tang Clan RZA (al secolo Robert Diggs) risulta una commistione forzata nell’equilibrio del disco: un po’ come quando suona la maledetta sveglia al mattino dopo un piacevole sonno.