MGMT – MGMT (Recensione)

MGMT – MGMT (Recensione)

2017-11-08T17:15:48+00:008 ottobre 2013|


mgmt new album third self titled artwork
Il duo newyorchese si allontana ulteriormente dal pop e abbraccia la sperimentazione piu' ansiogena: ma le idee nuove sono poche e molto confuse.

5/10


Uscita: 17 settembre 2013
Columbia Records
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A tre anni dall’ultimo lavoro Congratulations, gli MGMT sono tornati con la tappa che non può mancare nella carriera di ogni gruppo che si rispetti: l'album self-titled. Prima dell’uscita ce ne hanno raccontate di tutti i colori: inizialmente è stato definito “meno paranoico” di Congratulations; poi VanWyngarden e Goldwasser hanno detto che i brani sono talmente psichedelici che forse nemmeno a loro sarebbe venuta voglia di riascoltarli. Insomma, un album decisamente travagliato, con una promozione affondata come il Titanic dopo la loro disastrosa performance al Late Night Show di David Letterman e riemersa solo con l’altrettanto stramba esibizione live da Jimmy Fallon.

Ma al di là delle stranezze (ormai arrivate al livello dei loro maestri Flaming Lips), quello che conta è la sostanza: effettivamente la band newyorchese pare essersi sbizzarrita con i suoni elettronici e psichedelici, costanti in tutte le dieci tracce, a partire dal primo singolo, la bucolica Your Life is a Lie, interpretata con un campanaccio gigante da Letterman. La versione registrata convince molto di più rispetto a quella terribile performance: certo, non siamo di fronte ad un singolo al pari di Kids o Electric Feel, ma sicuramente qualcosa che potrebbe sfondare verso il grande pubblico, a differenza del resto dell'album. Un altro singolo dal grande potenziale è la opening track Alien Days, che presenta sonorità tipicamente MGMT, tanto che sembra estratta da Congratulations: non per questo meno valida, ma decisamente qualcosa di già sentito.

Il resto dell’album è decisamente più angoscioso: Mystery Disease ha effettivamente attorno ai suoi suoni elettronici un alone di mistero che sembra accompagnare un'affannosa ricerca della sperimentazione ad ogni costo. Va meglio con Introspection, che sembra essere l'attesa deviazione dal sound tipico della band, almeno fino a quando non ci si accorge che è una cover di un brano della band anni '60 Faine Jade, arricchito di quanti più elementi psichedelici possibili. Cinquant’anni di progresso per aggiungere ancora più effetti che assicurano ottime allucinazioni sonore, ma anche in questo caso la voce di VanWyngarden rimane troppo poco entusiasta per riuscire a convincere. Cool Song No. 2 invece ci trasporta verso un altro ambiente: suoni più esotici e caldi, seppur sempre elettronici, ma (purtroppo) sempre carenti di entusiasmo. Una tastiera che disturba parecchio, una citazione (non si sa quanto voluta) del verso “Did did did you see the frightened ones” da Goodbye Blue Sky dei Pink Floyd, e poco altro.

Particolarmente difficile da ascoltare A Good Sadness, che non riesce a decidersi tra i due percorsi opposti indicati dalla parte vocale e dall'accompagnamento strumentale; mentre la prima appare melodica e apparentemente entusiasta (cosa alquanto strana per l'annoiato frontman degli MGMT), l’altra rimane decisamente angosciosa e tetra. Una lotta tra sonorità, che se forse vuole rispecchiare il contrasto espresso dal titolo, risulta decisamente indigesta per l'ascoltatore medio, che alla fine del brano sarà sicuramente in preda all’ansia. Astro–Mancy, traccia numero 7, rimane nel club dell’angoscia, pur scandendo un ritmo molto più positivo, sempre in forte contrasto con gli altri suoni, e con un'introduzione che fa venire in mente la vecchia 4th Dimensional Transition, dall'esordio del duo Oracular Spectacular (2007). 

In caso poi vogliate andare in vacanza in campeggio, ecco I Love You Too Death: gli strumenti elettronici sembrano riprodurre un ambiente naturale, anche se particolarmente spettrale, mentre il testo parla di campeggiare al freddo, accendere il fuoco e piantare una tenda; chissà perché però dubito che qualcuno avrà voglia di fare le valigie dopo averla ascoltata, anche perché l'atmosfera rimane quella di un horror ambientato in mezzo ad un bosco. Ci riprendiamo un po' invece con Plenty of Girls in the Sea, uno dei pochi brani più accessibili: ritmo e suoni decisamente più allegri, seppur con qualche ombra. Ma è solo un momento: l'album si chiude con An Orphan of Fortune, che è accompagnata per tutta la sua durata da uno stridio che fa venire i brividi. E non i brividi da emozione, i brividi da unghie sulla lavagna.

Dunque un album difficile e non per tutti: angoscioso, scuro in molti tratti e relativamente pop solo in una manciata di brani. Un lavoro di cui gli stessi artisti non sembrano essere particolarmente soddisfatti e che di certo non è in grado di soddisfare neanche i fan, che ancora rimpiangono la spensieratezza di Oracular Spectacular. Decisamente sperimentale, impossibile negarlo, ma come era già successo su Congratulations, già sentito e derivativo. E proprio il confronto con l'album precedente risulta particolarmente deludente: se questo doveva essere il seguito "meno paranoico" di quel disco confuso ma a tratti geniale, qui dobbiamo constatare che l'ispirazione si è già esaurita, e il duo sembra condannato a ripetersi con sempre minore convinzione.