Okkervil River – The Silver Gymnasium (Recensione)

Okkervil River – The Silver Gymnasium (Recensione)

2017-11-08T17:15:48+00:0015 ottobre 2013|


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Dopo I Am Very Far Will Sheff e compagni continuano a proporre il loro pregevole indie-folk: ma senza innovazioni la musica rischia ormai di ridursi a puro artigianato.

6/10


Uscita: 3 settembre 2013
ATO Records
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A due anni dall’ultimo disco, gli Okkervil River tornano sulle scene con un nuovo album. Certo la band texana capitanata da Will Sheff ci aveva abituato molto bene con i precedenti The Stand Ins (2008) e I Am Very Far (2011), regalando a tutti un suono alt-country aperto a contaminazioni di ogni tipo, che era anche  riuscito a giungere al grande pubblico. Purtroppo però il nuovo disco, The Silver Gymnasiumcostituisce – anche se solo parzialmente – una battuta d’arresto al cammino artistico che la band porta avanti ormai da sei album.

L’impressione generale che emerge da questo ultimo lavoro (un concept-album che racconta la pre-adolescenza di Will nella cittadina di Meriden, in New Hampshire) è che gli elementi più puramente folk e country, che la band aveva fin qui così sapientemente dosato e mescolato alle proprie altre influenze, ora fatichino ad amalgamarsi al resto, anche all’interno di uno stesso brano: l’anima popolare americana degli Okkervil River sembra ora solamente giustapposta a nuove contaminazioni più patinate, elettroniche o funky, con un risultato che ricorda vagamente i Killers di Sam’s Town, e che molto ha da invidiare alla freschezza spontanea di I Am Very Far.

Il disco si apre con It Was My Season, un brano che ricorda vagamente Crosby, Still, Nash & Young, soprattutto per l’utilizzo che si fa del pianoforte, estremamente solare e aperto, fedele alla tradizione della canzone americana: nulla però che non sia già stato sentito ormai troppe volte. Si procede poi con On a Balcony e Down Down the Deep River, che confermano le atmosfere di apertura: il primo brano, che con la sua melodia e le chitarre in palm-muting riecheggia Springsteen, è reso più interessante dall’arrangiamento di fiati che lo percorre in quasi tutta la sua interezza; il secondo invece sfoggia un riff di tastiere anni ’80 che sembra sottratto direttamente ai sopracitati Killers di Bones, ma è solo un’aggiunta posticcia ai soliti tre accordi di chitarra folk; inoltre fanno rabbrividire i battimani, oltremisura commerciali: il 2007 è passato da un sacco di tempo, per favore.

Il ritmo rallenta poi con Pink-Slips e Lido Pier Suicide Caruna carica di bassi ciccioni in piena tradizione black music, è toccante e convincente ma potrebbe essere stata scritta trentacinque anni fa, senza che nessuno noti alcuna differenza; l’altra invece ci accoglie con un sussurro, ampi accordi di chitarra e un’unica nota affilata di sintetizzatore, generando uno stato di meraviglia totale per una ballata che ricorda i The National, rovinata purtroppo da una chiusura in chiave beat forzata e innaturale. Where the Spirit Left Us  si apre con atmosfere di attesa e sonorità alla Arcade Fire di Neon Bible, ma il suo crescendo si rivela prevedibile, privo di fantasia, mentre con White siamo forse di fronte al pezzo migliore dell’album: le chitarre elettriche eteree e cariche di riverbero e la voce distorta portano una ventata di aria fresca, offrendoci un pezzo convincente e solare, con un ritornello forte, da classifica. E così Stay Young, che si potrebbe rivelare un ottimo pezzo da radio, col suo riff di chitarra così groovy, la voce trascinante e le sonorità di tastiera rubate ancora una volta agli anni '80.

Sfortunatamente il disco esaurisce qui la sua carica d’interesse. Walking Without Frankie, con il suo basso ritmato crea un forte sentimento di attesa, il desiderio divorante di un’esplosione sonora che non arriverà mai, esaurendosi in una monotona ripetizione di sè. Non va meglio su All the Time Every Day, che nonostante la forte scossa garantita dagli arrangiamenti di ottoni alla Beirut, con la sua martellante tastiera in levare non si discosta dagli standard ormai (troppo) usurati della musica popolare americana. Infine Black Nemo, che chiude l’album in tono minore ma manca di fantasia, non riuscendo a reinventare la classica ballata folk con la sua chitarra slide, il pianoforte e il lontano lamento di un violino.      

Che gli Okkervil River siano in grado di scrivere bei brani non è un mistero ormai, come dimostra il loro successo già ben consolidato. Ma essere in grado di comporre undici armonie solari che si limitino a funzionare non è un’autorizzazione sufficiente a pubblicare un album ogni due anni: senza un messaggio musicale forte, una ricerca sonora che raggiunge un nuovo livello, la musica finisce col ridursi ad un artigianato a puntate che non ha più nulla da dire. Ed è proprio questo il rischio che corre The Silver Gymnasium.

È sempre sgradevole assistere ad una band – ormai ad un punto avanzato del proprio percorso di scrittura – che invece di proseguire per il suo cammino decide di fare un passo indietro, effettuando una scelta doppiamente poco coraggiosa: da un lato, il ritorno ad un folk-country che ha ormai esaurito la sua carica propulsiva, e che non richiede certo che le sue fila siano rimpolpate; dall’altro, il ricorso a sonorità sintetizzate convenzionali, ripescate da un passato prossimo tristemente di moda e che non necessita di essere ribadito. Non ci resta che augurarci che questo disco non sia altro che una parentesi interlocutoria (forse necessaria) per un ulteriore salto di qualità di una band che fino ad ora non ci aveva ancora deluso.