Phoenix – Bankrupt! (Recensione)

Phoenix – Bankrupt! (Recensione)

2017-11-08T17:15:49+00:005 maggio 2013|


Phoenix-Bankrupt
Piu' synth e meno chitarre bastano per parlare di rivoluzione? Ci vorrebbe ben altro: resta la figheria, senza il sacrificio.

6,5/10


Uscita: 23 aprile 2013
Glassnote Records
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Si mormora da tempo che i Phoenix siano fighi, per diverse ragioni. Tra queste, probabilmente la più evidente è la loro fraternità spirituale con i Daft Punk, il duo con cui condividono, oltre al sound -e alla francesità- anche un breve passato indie-punk-rock, per via della militanza in gioventù del chitarrista Laurent Brancowitz nei Darlin', proprio insieme al premiato duo Bangalter-de Homem Christo. I quattro francesi di Versailles si direbbero insomma quasi portatori sani di figosità, un po' per la nonchalance con cui indossano polo Lacoste ed Henry Lloyd sopra jeans stracciati, un po' per la timidezza soave con cui rilasciano interviste, con quell'accento sexy-french che sa di poeti maledetti, tazze di camomilla ed Enrico Ghezzi che commenta Fuori Orario. Di sicuro l'ha capito Sofia Coppola, che non solo se li è scelti per la soundtrack di diverse pellicole (Il Giardino delle Vergini Suicide, Lost In Translation, Maria Antonietta) ma ne ha anche preso uno per marito (il cantante Thomas Mars), così come l'ha capito lo stilista Hedi Slimane, che li ha selezionati come colonna sonora per la sfilata Dior Homme nel 2005.

Si dice faccia figo oggi come oggi anche mettere un punto esclamativo alla fine del titolo di un album, e infatti Bankrupt! non è da meno. Annunciato già nel 2011 sul sito personale della band, con fermi-immagine presi direttamente dalle telecamere puntate sullo studio di registrazione, è stato definito dalla band stessa come un "distacco dalle sonorità pop di Wolfgang Amadeus Phoenix", con l'intento di "creare qualcosa di più sperimentale".

Entertainment, pezzo equivalente forse in dignità al singolo conquista-tutto Lisztomania, apre le danze per ballare idealmente da soli sotto il sole di un festival musicale pre-estivo a caso (chessò, un Coachella), tra sonorità orientaleggianti heavy pop supercurate e amori cantati à la Murakami versione trash, come conferma il video ufficiale. La Cina si allontana e il Giappone pure in The Real Thing, per affacciarsi giusto in qualche eco di passaggio (meticolosamente prodotto) a dare un'occhiata alla lava nell'oceano, tra Lancelot e Salomè, e telefonate a sè stessi a cui risponde prontamente solo un synth ben congegnato nel timing con i cori di Mars. 

"Crystal or Bamboo" è il dubbio di S.O.S. in Bel Air, che non ha niente di particolare da segnalare, so far so pop. Ma "la figheria vuol anche dire sacrificio", come ci ricordano sempre le nostre nonne, e infatti Trying To Be Cool non è facile: "I'm just trying to be cool, it's all because of you" – dove you non è sicuramente la nonna, altro motivo per cui non è neanche facile riuscirci. Mischiato a quello della fatica e del sudore, qui si sente anche odore di MGMT – e non dispiace.

Arrivati al brano che dà il nome all'album, Bankrupt!, ci si ricorda di essere anche a metà disco, come già era successo in Wolfgang Amadeus Phoenix con Love Like a Sunset, per via dei suoi quasi sette minuti di durata. Sette minuti tranquilli, concilianti, interrotti solo dall'improvviso tumulto del synth, dove la voce arriva,con lo scoppio ritardato del tuono rispetto al fulmine (vabbè, l'immagine diciamo è quella, magari un pelo meno violenta e molto più cool), solo dopo il quarto minuto e mezzo abbondante. Ma poi ecco che arriva Drakkar Noir, che è un pezzo oggettivamente figo: ha quel je-ne-sais-quoi daftpunkiano (forse il bass beat alla One More Time?) e un ritornello catchy che fa jangle jungle-jingle junkie-juggle juggle-jingle dump e vuoi riascoltarlo anche solo per ricordarti com'è.

Non bisogna però lasciarsi ingannare da Chloroform per via del titolo, non è ancora giunta l'ora della nanna: chiamiamola una pausa fluorescente, da trascorrere guardando gli adesivi a stellina nella camera dei bambini quando è sera, che è probabilmente quello che ha fatto Mars ripensando alla sua nuova vita da papà: "My love my love my love is.. cruel". And reality sucks". Yeah. Meno male che siete fighi e vi ripigliate (quasi) subito. Don't rappresenta difatti -se così si può dire- una botta di vita, almeno per quanto riguarda la batteria a cascata. Quanto al resto, il solito Mars che si sente sentimentalmente trascurato, o non sa neanche lui cosa vuole. I dolori borghesi da Madame Bovary post-moderna si ritrovano tutti in Bourgeois, che però soffre solo di una bellezza delicata, che appartiene alle cose del passato, e azzarda quasi un cenno alla tradizione del cantautorato francese -se non altro, nello"sha-la-la-la".

Oblique City chiude in maniera simmetrica, riproponendo l'efficacia uptempo dell'impatto di Entertainment, e lanciandosi in un'invettiva random contro la società moderna fatta di "Coca Cola's Rosetta Stone" e 50.000 contro uno, sognando Atlantide e forse anche i Maya.

Diciamo che a ignorare completamente i testi, Bankrupt! compie allegramente il suo giro nei mangiadischi per tutte le occasioni, offre balli di gruppo e danze acquatiche, lenti da spiaggia e opportunità di remix da festa hipster. La verità è che tutto questo gran distacco dal pop obiettivamente non s'è visto, anzi: al sound tipicamente Phoenix a cui siamo abituati sono state aggiunte più e più mani di vernice gloss-pop. E meno male che lo stesso Mars aveva dichiarato a The Fader che "il cervello vuole ascoltare cose familiari, vuole comfort, riferimenti. E quello che stiamo cercando è esattamente il contrario". Se aggiungere qualche deviazione synth in più per ridurre drasticamente la presenza delle chitarre di Brancowitz e Mazzalai significa distaccarsi dal familiare, ci si aspetterebbe di trovare perlomeno qualcosa di comparabile ai Daft Punk – come minimo.

Ma l'altra verità è che, anche se spiace ammetterlo, i Daft Punk restano decisamente più fighi.