Primal Scream – More Light (Recensione)

Primal Scream – More Light (Recensione)

2017-11-08T17:15:47+00:0018 dicembre 2013|


Primal Scream More Light
Bobby Gillespie e compagni tornano con una summa della loro carriera: tra originali contaminazioni e un rinnovato impegno realizzano il miglior disco dai tempi di XTRMNTR.

7/10


Uscita: 13 maggio 2013
Ignition Records
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Dieci. E' il numero di studio album pubblicati nel giro di tre decadi dai Primal Scream: oltre 30 anni di attività di una line-up plasmata e “limata”, con 23 membri tra fugaci apparizioni e più fortunate comparse, in un alienante viavai di bassisti, tanto che il complesso nel tempo sembra quasi aver preso le sembianze di un'agenzia di recruiting.

Che Bobby Gillespie e compagni abbiano provato sempre un certo gusto nello sperimentare, musica e non solo, è un dato di fatto; da un embrione punk rock “prematuramente abbandonato" (ma mai del tutto) hanno esteso nervosamente la propria vena creativa in una miscela sonora alchemica con pochi precedenti illustri, dall'esordio con Sonic Flower Groove (1987), psichedelica locandina jangle pop, all'incalcolabile successo di Screamadelica (1991)  che agì da filo conduttore tra passato e futuro, tra il puro rock'n'roll e l'emergente club culture, gettando le basi della musica indipendente moderna. Tra gli album successivi impossibile non ricordare XTRMNTR (2000) che coincise con il ritorno ad un sound più tipicamente industrial, cupo, elettronico e rumoroso, ma che segnò anche l'inizio di un'aggressiva quanto imprevedibile (conoscendo i glaswegians un po' “tardoni” degli esordi..) protesta politica e generazionale, attraverso testi forti e provocatori. Senza dimenticare poi le parentesi classic rock/blues, nostalgiche e poco fortunate interpretazioni in chiaro stile rollingstoniano, tra cui Give Out But Don't Give Up (1994) e Rock City Blues (2006).

Su questo aspetto More Light ha il sapore di un ritorno alle origini, un faro puntato sulle principali contaminazioni dell'enorme repertorio che la band scozzese ha sfoggiato in tutta la sua carriera, improntato in via continuativa sullo stesso filone etico-rivoluzionario di Evil Heat (2002). Dietro le quinte un esercito di ospiti, tra cui ancora una volta il chitarrista dei My Bloody Valentine Kevin Shields (special guest nel brano 2013) e il leggendario Robert Plant.

La prima traccia è appunto 2013, un monito passionale e tremendamente attuale, non solo per il titolo, un'accusa ad un sistema dove l'ipocrisia è un talento, in cui le generazioni vengono raggirate, schiavizzate dal denaro dei potenti o di chi semplicemente ce l'ha; con una generazione senza spirito combattivo il rock'n'roll è in serio pericolo “The final solution to the teenage revolution is the total subjugation of rock and roll nation”. Riff pseudo-garage e grezze distorsioni accompagnate da ipnotiche linee di sax si chiudono con un'insistente invocazione al risorgere di una cultura underground: “Open Your Eyes!”.

In River Of Pain l'atmosfera diventa più blanda e mistica, stuzzicante e seducente rispetto alla opening track. Gillespie sembra rifiatare, prendere il respiro in vista dei brani successivi, in quella che sembra un'esotica seduta spirituale farcita da un ventaglio di suoni, un magico tripudio orchestrale. Il mood procede poi in questa direzione, spicca Hit Void, incalzante brano post punk/new wave, Goodbye Johnny è una di quelle che entrano in testa senza chiedere il permesso, ai confini tra pop rock, bossa nova e uno scotch di troppo, con un'aria da noir hollywoodiano.

L'elettrico blues di Elimination Blues invece vede la partecipazione come special guest di Robert Plant, la seconda per la causa Gillespie dopo The Lord Is My Shotgun su Evil Heat; qui però il frontman dei Led Zeppelin appare solo come corista, con l'armonica in tasca.

Il rendimento, tra alcuni brani non particolarmente brillanti o degni di ulteriori elogi e moderne ballate psichedeliche, rimane indiscutibilmente su livelli alti; anche perché l'andamento generale è studiato, e non potrebbe essere altrimenti, come un'evoluzione graduale, trasformista, che raggiunge il suo stadio finale in It's Alright, It's Ok: strepitosa carne rock'n'roll, un canto di gioia screamadelico, un evaporazione di felicità. “I don't care about tomorrow when i feel like this today”: Gillespie invita chi lo ascolta ad apprezzare la vita, a cogliere l'attimo, ad affrontare con ottimismo ogni ostacolo. “It's alright, it's ok, You can fix it, wash it if it's broken, Take your time”, ma il tutto mantenendo i piedi per terra, senza trascurare l'ombra del destino: “You can come back, if you're supposed to do”.

Dopo 5 anni di attesa dall'ultima release e reduci da periodi di criticato sviluppo artistico ci si aspettava una certa consistenza dall'ultima uscita dei Primal Scream, un altro importante crocevia per la band di Glasgow. Quello che abbiamo di fronte è un disco originale (tanto per cambiare!), sicuramente il più apprezzabile dopo XTRMNTR, agevolato da una struttura scorrevole e con personalità da vendere. Si ha l'impressione che turbe e paragoni fastidiosi siano ormai acqua passata, e More Light è un passo deciso verso l'unanime beatificazione di Gillespie e soci.