Roger Waters – Is This The Life We Really Want? (Recensione)

Roger Waters – Is This The Life We Really Want? (Recensione)

2017-11-08T17:15:43+00:0014 agosto 2017|


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L’ex leader dei Pink Floyd celebra una carriera straordinaria con un ritorno atteso 25 anni: citazioni a iosa e zero novita' per chiudere dignitosamente la storia di un nome leggendario.

7/10


Uscita: 2 giugno 2017
Columbia Records
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Il 1° settembre 1992 usciva Amused To Death, terzo album solista di Roger Waters. Per ben un quarto di secolo resterà l’ultima prova in studio per l’ex leader dei Pink Floyd, che preferirà trascorrere la maggior parte dei due decenni successivi on the road, sugli enormi e costosissimi palchi delle tournée autocelebrative di The Dark Side of the Moon e The Wall. Poche sorprese – un’opera lirica intitolata Ça Ira nel 2005, la reunion lampo con i vecchi compagni di band sul palco londinese del Live 8 nello stesso anno – prima dell’annuncio dello scorso gennaio: un nuovo album in uscita a inizio estate; il tanto atteso ritorno al rock che i fan reclamavano da un’infinità di tempo e nel quale quasi tutti avevano ormai perso le speranze.

Is This The Life We Really Want? si distanzia con decisione dallo stadium rock del suo lontano predecessore per abbracciare sonorità più essenziali e spoglie, in assoluta controtendenza rispetto a quanto ci aveva proposto in passato un amante degli arrangiamenti come Waters. Un aspetto importante che risalta immediatamente all’orecchio è lo scarso peso della chitarra elettrica all’interno dei brani: nessuno si aspetti i lunghi solo alla David Gilmour, o le ospitate di lusso che pure non erano mancate sui vecchi lavori solisti (Eric Clapton su The Pros and Cons of Hitch Hiking e Jeff Beck su Amused To Death).

Ma le novità rilevanti riguardano sostanzialmente solo questi due aspetti. Il produttore Nigel Godrich – famoso soprattutto per le collaborazioni con Radiohead, Beck, Travis e Air – prova a ripetere la fortunata operazione rilancio/nostalgia intrapresa dodici anni fa con Chaos and Creation in the Backyard di Paul McCartney: fare uscire la celebrità di turno da una prolungatissima impasse creativa aiutandolo a realizzare un album in grado di recuperare tutte le sonorità, le atmosfere e persino le sue tematiche più caratteristiche, puntando così sul sicuro. Is This The Life We Really Want? è il perfetto compendio dell’ormai cinquantennale carriera di Waters, così infarcito di riferimenti più o meno diretti ai classici dei Pink Floyd da sembrare solamente un’altra faccia del carrozzone autocelebrativo e autoreferenziale dal quale il bassista quasi settantaquattrenne non riesce più a scendere da troppo tempo.

Il disco pesca a piene mani dai tre lavori più watersiani dei Pink Floyd (Animals del 1977, The Wall del 1979 e The Final Cut del 1983), offrendo quasi un’ora di musica talmente ricca di citazioni e déjà vu (non a caso, il titolo della seconda traccia in scaletta) da sembrare più un greatest hits che non una raccolta di inediti. Il cuore pulsante e il ticchettio dell’orologio di The Dark Side of the Moon tornano nell’intro When We Were Young; seguono due lenti – l’acustica Déjà Vu e l’intensa The Last Refugee – che non avrebbero sfigurato troppo al posto, rispettivamente, di Mother e Nobody Home su The Wall. Picture That e la title track recuperano le atmosfere cupe e angoscianti del concept album del 1979; Bird In A Gale quelle rarefatte e progressive di Animals. Delicate ballate per piano, chitarra acustica e orchestra come The Most Beatiful Girl, Wait for Her e Part of Me Died (queste ultime due unite dallo stesso tema, come fossero parte di una piccola suite) sembrano arrivare direttamente dalle sessioni di registrazione di The Final Cut. Questo autocitazionismo sfrenato culmina nel tripudio di riferimenti dell’elettrica e “grooveggiante” Smell The Roses, che inizia come Have a Cigar, continua riprendendo i sintetizzatori del lungo strumentale centrale di Dogs e finisce strizzando l’occhio alla jam psichedelica di Any Colour You Like.

L’unico aspetto che lega Is This The Life We Really Want? all’epoca moderna è rappresentato dai testi: nelle dodici tracce dell’album, Waters canta di un mondo sempre più tetro, diffidente e chiuso, in cui i muri che dividono e isolano aumentano invece di crollare. Il nemico numero uno è naturalmente Donald J. Trump, il discusso presidente statunitense, definito letteralmente “leader senza cervello” in Picture That e attaccato in maniera ancor più dura nei primi versi della title-track (L’oca è diventata grassa/Mangiando caviale in bar di lusso/E con i mutui subprime/E le famiglie sfasciate). Un altro tema ricorrente nell’album è quello della paura, che “tiene in riga” e disumanizza l’uomo occidentale, terrorizzato e indifferente di fronte al dramma dei profughi descritto nella toccante The Last Refugee (Sognai di dire/Addio alla mia piccola/Lei stava dando/Un’ultima occhiata al mare).

In Is This The Life We Really Want? non c’è nulla in grado di aggiungere qualcosa di davvero significativo alla monumentale carriera di Roger Waters, che si limita a ripetere il meglio della sua produzione, riadattandolo – senza sforzarsi troppo – agli anni duemila. Da un artista fermo da così tanti anni, però, non era possibile pretendere di meglio: l’album è un omaggio onesto e convincente al suo immenso ego ma anche ai fan dei veri Pink Floyd, che da decenni non trovavano nulla in grado anche solo di ricordare vagamente le sonorità indimenticabili dei capolavori degli anni '70. Con buona pace dello stanco blues rock di David Gilmour e dell’orrendo The Endless River del 2014.