Scott Walker – Bish Bosch (Recensione)

Scott Walker – Bish Bosch (Recensione)

2017-11-08T17:15:50+00:0017 dicembre 2012|

 

Scott Walker prosegue il suo viaggio negli abissi dell'animo umano, sempre piu' lontano dalla forma canzone: il risultato e' un disco sconvolgente e indefinibile.

8/10


Uscita: 4 dicembre 2012
4AD Records
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Nel trittico del Millennio che oggi si trova al Prado di Madrid, meglio conosciuto come “Giardino delle delizie” (1489-1490 ca.), Hieronymus Bosch dipinge, suddivisi in tre diversi spazi, da sinistra Adamo ed Eva in Paradiso, al centro il Giardino dell’Eden, e sulla destra una raffigurazione dell’Inferno. Un Inferno destinato a divenire profezia, qualche secolo più tardi, di un modo di vivere, quello odierno, dove globale e criminale sono divenuti via via sempre più sinonimi l’uno dell’altro. Bosch si esprime per simboli, volutamente complessi e legati a un linguaggio segreto, settario, eretico. Un linguaggio convinto che l’estinzione del male possa costituire il primo passo di un nuovo Paradiso da impiantare e costruire sulla terra.

Scott Walker dedica oggi il suo ultimo disco proprio a Bosch, di fatto rimarcando il venir meno di quell’utopistica visione di un nuovo paradiso possibile, e inverando il significato profetico di un mondo destinato a perdere il proprio centro, emotivo e semantico, divenendo un volgare caos magmatico, astratto, infero. Nei nove brani che compongono Bish Bosch troviamo così referenti storici del passato attraverso i quali Walker introduce il proprio pensiero, con un tratto finzionale destinato a rielaborare e trasformare il passato, a prendere in prestito biografie altrui per riformarle di fronte al proprio sguardo. Vengono evocati i rifugi nazisti e la bomba atomica, i Nibelunghi e gli hawaiani, il Ku Klux Klan e Papa Giulio II (il “Papa terribile”), El Greco e le stelle, Attila e Ceausescu, confermando un recondito “fascino per le figure dittatoriali” già espresso nel precedente The Drift (2006), dove un brano (Clara) era dedicato all'amante di Benito Mussolini Claretta Petacci. Ai disastri della storia si uniscono poi i disagi interiori, dell’anima. Ma anche quelli psicosomatici, o della pelle. Dopo Psoriatic nel disco precedente, qui è Epizootics! a parlare della peste e del decomporsi dei volti, dei corpi, della pelle dell’uomo.

Si incomincia con la rutilante See You Don’t Bump His Head, evocando sin da subito un ipotetico “canto del cigno” da cui avviare l’ultimo discorso possibile sul nostro presente. Con un desolante moto operistico si apre Corps De Blah, salvo farsi salmodica poco più in là, con accenni di musica concreta che trovano spazio tra un verso e l’altro del declamare di Walker. Sassi che cadono, che sibilano sul guscio di una conchiglia, il suono di lame affilate, pelli striate. Più che al suo passato, a Jacques Brel, all’amore per la forma-canzone (di cui Walker è stato e rimane tra i più grandi interpreti) qui si deve guardare ai grandi nomi della musica contemporanea, a Gyorgy Kurtag, a Helmut Lachenmann, Witold Lutoslawsky, senza dimenticare l’influenza dei Madrigali di Gesualdo Da Venosa, forse ancora oggi una delle massime espressioni artistiche in grado di fondere atmosfere sacre e al contempo vendicative.

Walker rinuncia ai grandi arrangiamenti del passato (lui, oggi esemplare arrangiatore di dischi altrui), lasciando spazio alla purezza dei suoni, alla loro concretezza. Nel brano che costituisce il cuore dell’album, SDSS14+13B (Zercon, A Flagpole Sitter), in lunghi tratti dei ventuno minuti che lo compongono, sentiamo solo la voce e le urla di Walker, attorniate da lunghi silenzi, e dalle reminiscenze di una stella nana e di un giullare di corte del sedicesimo secolo.

In Dimple si accenna ad un coro che rende il fondale del brano vagamente più accessibile. Ma di accessibile in Bish Bosch c’è davvero poco, soprattutto se non si ha il desiderio di scoprirlo a fondo, di accettarne le controversie, di dargli il necessario tempo per rivelare la sua attenta, maniacale, ossessiva osservazione del presente, del nostro presente.

La domanda sul perché ascoltare oggi un disco come questo, così distante dalla rapidità autoimposta e impoverente della “comunicazione veloce”, sembra allora dover essere trasformata in un altro tipo di quesito: è Bish Bosch in grado di raccontare qualche cosa del nostro presente? Ciò che appare evidente, dopo vari ascolti di quest’album, è che Walker è forse il solo artista capace oggi di raccontare la propria epoca, di osservarla da un angolo senza il rischio di esserne risucchiato e con il desiderio di non fermarsi alle apparenze, ai lustrini della nostra contemporaneità, con il coraggio di raccontarne e mostrarne anche il lato più oscuro, più desolante e caotico.

Il pessimismo di Walker ("Here is to a lousy life”) si mescola del resto ad un costante e sottile sense of humour (“To play fugues on Joves”), lasciando intuire che, se una barbarie attanaglia il presente, possibili vie di fuga vanno ricercate non necessariamente in qualche cosa di concreto, di spendibile, di mercificabile. Forse, anzi, è proprio la capacità di trasfigurare il presente, la sua componente vendibile e tangibile, la possibilità di rielaborarne il lutto attraverso la ricerca di un linguaggio finalmente autonomo e lontano dai cliché a costituire una possibile via di fuga.

Da Tilt (1995) in poi, il percorso artistico e musicale di Scott Walker sembra dunque aver intrapreso un sentiero destinato a rimuovere qualsiasi traccia dell’immenso cantautore che è stato nel corso degli anni Sessanta. Climate of Hunter (1984) mostrava il desiderio di muoversi in territori intimi e complessi non solo sotto il profilo tematico, bensì anche sonoro, andando per la prima volta a piegare le strutture compositive su versanti sino ad allora ignoti, maggiormente sperimentali ed espressivi. Tilt rivelava una spaccatura ancor più evidente con i precedenti album, ancorché mostrando sublimi retaggi del passato nel misterioso brano d’apertura Farmer in the City. The Drift, continuando in questa discesa agli inferi, era sin dal titolo l’emblema di una deriva compositiva, sempre più aperta alle oscillazioni del pensiero, di una (solo apparente) estemporaneità, di una dichiarata libertà di muoversi tra fatti della nostra storia recente, impressioni, litanie. Oggi Bish Bosch sembra incrinare una volta in più tale senso di provvisorietà, d’instabilità permanente. Rinunciando anche a quella ricercata alternanza tonale e ritmica tra lentezza e abrasività del suono che caratterizzava The Drift, Bish Bosch segue un percorso che si gioca su più livelli, ma che si basa principalmente su di una vocalità che ricorre ai moduli dell’opera, su suoni che, accanto a quelli derivanti da strumenti “canonici”, giungono direttamente da oggetti, spade, conchiglie, sassi, e su influenze che fondono musica concreta, industrial, etnica, operistica. Walker richiama inoltre il ruolo “teatrale” della sua musica, dove gli stessi testi sembrano essere pensati e scritti come ipotesi di dialogo tra più personaggi presenti sulla scena. Una scena dove non mancano inoltre figure mitologiche, come la stessa Bish Bosch sembra essere nell’immaginario del suo autore ("Volevo che il titolo si riferisse ad una mitologica, onnipresente, donna artista gigante").

Ma Bish Bosch è anche l’incubo. La follia. La violenza di cui è intriso l’animo dell’uomo. Bish Bosch, più ancora che The Drift, si addentra nell’orrore, nella radicata cognizione di un sentimento che non sembra avere più tempo nemmeno per il dolore, la sofferenza. Salmodiare e inveire sembrano essere le sole possibilità rimaste al cantore Walker. E questi appaiono, del resto, gli estremi della sua opera.

Non è un caso che, nel booklet che accompagna l’album, lo sfondo sia interamente dedicato a un quadro di Jackson Pollock, altro raro e acuto osservatore del suo tempo. Il quadro si intitola The Deep e in sintonia con Bish Bosch e con Scott Walker Pollock ha lasciato queste parole a commento dell'opera: “Non ho paura del cambiamento. Non ho paura di distruggere l’immagine”.