Sebadoh – Defend Yourself (Recensione)

Sebadoh – Defend Yourself (Recensione)

2017-11-08T17:15:47+00:0021 dicembre 2013|


Sebadoh-Defend-Yourself
Dopo 14 anni di silenzio il trio lo-fi per eccellenza cerca di difendersi dalle influenze esterne: peccato pero' che questa volta ci sarebbe stato bisogno anche di attaccare.

6,5/10


Uscita: 17 settembre 2013
Joyful Noise Recordings
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Accade che, dopo un lungo silenzio, il ritorno di certe band venga accolto con qualche riserva. Non sempre, ma accade. E il confronto con il passato (soprattutto se glorioso, soprattutto se – a proprio modo – si è fatta la storia) è dietro l'angolo. I quattordici anni dall'ultimo full length dei Sebadoh, il self-titled del 1999, di primo acchito non sembrano pesare poi così tanto, dal momento che bastano pochi secondi per avere una conferma di chi è il gruppo che ci si trova ad ascoltare. Peccato che però ci siano solo conferme e niente più: ascoltando Defend Yourself la sensazione è quella che il trio – Lou Barlow, il fido Jason Loewenstein e la new entry Bob D'Amico (ex Fiery Furnaces) – sia rimasto fermo a quattordici anni fa.

"Can you tell that I'm about to lose control?": spetta a I Will il compito di aprire il disco. La voce di Barlow viene supportata da un dolce arpeggio immediatamente sporcato da una chitarra in pieno stile indie-rock. E così si è subito in medias res, nel mezzo di una spontanea vivacità – che percorre più o meno tutto l'album – tipica dei migliori Sebadoh. A parte qualche scivolone (in Oxygen per un momento sembra quasi spuntare un Michael Stipe in versione giornalista che ci annuncia un "bad day”) e qualche vano tentativo di ritrovare i teenage years, riemerge il solito indiscusso marchio di fabbrica. Defend Yr Self si guadagna di diritto il suo posto come title-track: l'enfasi è ovunque, sul gioco di sovrapposizioni delle chitarre distorte che si incastrano, si sciolgono e tornano a incastrarsi di nuovo, sulla linea di basso che tenta di elevarsi al di sopra del caos al suono del “difendi te stesso” evocato dal testo. La strumentale Once, senza pretese né sfoggi, si pone invece come traccia spartiacque dell'album, e colloca al centro un brano spoglio con la sola voce di Barlow, che forse poteva permettersi di durare un po' di più.

Can't Depend è forse la traccia che lascia meno il segno; sembrerebbe, piuttosto, funzionale all'introduzione della sequenza più intima e confidenziale dell'album (Let it Out/Listen), che degrada e sfuma progressivamente verso un silenzio, a questo punto, più che necessario. Con Let it Out è come se ci sedessimo in circolo insieme ad un Barlow qui di nuovo al massimo del suo lirismo, un lirismo che risente senza dubbio della sua precedente esperienza solista.

A emergere è un misto di rabbia e invito a difenderci intrecciato a qualche boccata di ossigeno meno impegnativa, con l'aggiunta di stralci di introspezione e malinconia che mettono in pausa il flusso rock, anche se solo per qualche minuto. Quello che rimane è indie-rock nudo e crudo come lo si intendeva nei nineties, a tutto tondo, in un album sicuramente omogeneo nella sua totalità, ma anche composto da una notevole varietà di atmosfere – da notare il tocco western di Inquiries. Non manca poi una fitta rete di rimandi a un importante passato di autoproduzione e 'bassa fedeltà' di cui Defend Yourself porta con orgoglio i segni distintivi.

Ma con sette album alle spalle, varie sperimentazioni e progetti (solisti e non), forse più che 'difendersi' Barlow e compagni questa volta avrebbero dovuto attaccare. Con Defend Yourself la band sembra invece solo voler dire “siamo ancora quelli di una volta”, i Sebadoh – sicuramente sempre in forma – di Gimme Indie Rock!, ma niente di più.