Sigur Ros – Kveikur (Recensione)

Sigur Ros – Kveikur (Recensione)

2017-11-08T17:15:48+00:0027 giugno 2013|


Sigur Ros-Kveikur
Meno onirici e piu' rock, meno luci e piu' ombre. In Kveikur, sospinti dalla voce di Jonsi, si veleggia fra percussioni e distorsioni terrene.

7/10


Uscita: 18 giugno 2013
XL Recordings
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Dite pure addio alle lande desertiche invernali evocate dai capolavori riverberati di ( ), ai bagliori primaverili e alla gioia fanciullesca di Takk…, all'ambient onirico-sperimentale di Valtari e a tutti i paesaggi islandesi da sogno che i Sigur Rós hanno saputo evocare in questi anni. Stavolta Jónsi e compagni si spingono in stretti e oscuri fiordi, costellati di zolfo, ossidiana e iceberg interiori (come recitano i titoli di alcune canzoni). Kveikur è un album un po' atipico per la formazione islandese, risultato di un cambio di direzione che risuona fin dai primi secondi del disco. Anzi, meglio, dalla copertina: questa volta non ci sono le corse spensierate tra i prati, il feto d'angelo, le illustrazioni stencil di un bambino circondato da ornamenti vegetali, o il bianco neve che evoca un silenzio assoluto. La cover è nera, nerissima, come l'ossidiana, il vetro vulcanico. Al centro, una maschera. Si scorge una terza mano e subito dopo si nota che in secondo piano c'è qualcun altro, incappucciato, con occhi poco rassicuranti.

Ma voi, fan incalliti di lunga data, mi credereste se vi dicessi che non ci sono pianoforti, ma bassi distorti, canzoni con una struttura tradizionale e che la durata media dei brani è di 5 minuti? No? Beh, tutto vero. Kjartan Sveinsson, membro storico, pianista e arrangiatore ha lasciato la band per dedicarsi ad altri progetti: al pianoforte spetta solo tessere le note dell'ultima traccia. In compenso elementi percussivi di ogni genere prolificano e si annidano nelle strofe e nei ritornelli in tutto l'album. E che dire di batterie in overdrive che farebbero felici i fan dell'industrial, quando Valtari, uscito solo un anno fa, era invece l'apoteosi dell'etereo e dell'onirico? In Kveikur non c'è alcun panorama, nessuna evoluzione melodica: rimangono gli arrangiamenti più semplici che contribuiscono all'orecchiabilità e all'immediatezza dei brani (in alcuni casi forse più di Takk…), dando nel contempo la percezione di essere in una dimensione terrena e palpabile. Infine c'è un ultimo grande assente, il Vonlenska, la lingua inventata da Jónsi e usata in molti brani della band: questa volta tutti i testi sono in islandese con senso compiuto (e da una rapida occhiata con dizionario alla mano, poco felici).

Se volete avere un'idea generale dei nuovi Sigur Rós, ascoltatevi l'abrasiva title track, il brano più cupo mai scritto dal gruppo, o Brennisteinn (Zolfo), che riesce ad esprimere molto bene l'atmosfera dell'intero LP: batteria e basso ruggente scandiscono il tempo sostenendo la chitarra e la voce delicata di Jónsi, alternandosi a ritornelli dai tratti più melodici. La canzone cresce per poi concludere tuffandosi in una coda strumentale con archi, feedback, e una tromba dal tocco malinconico. Se non è abbastanza, guardatevi pure il relativo videoclip, immerso nella notte, con un taglio quasi da band nu-metal americana. È Hrafntinna (Ossidiana), però, che sa riassumere al meglio il nuovo catalogo sonoro: la traccia è sostenuta da sole percussioni e basso, con veloci partecipazioni di ottoni e archi. Fra gli episodi 'innovativi', ci sono elementi che strizzano l'occhio alla tradizione della band, come Ísjaki (Iceberg) e i suoi glockenspiel ("tu non dici mai niente/sei freddo, tremi fino alle ossa/sei un iceberg") o Rafstraumur (Corrente elettrica) che sembra riflettere le luci di Takk…. In chiusura Var (Rifugio) recupera il pianoforte con una coda strumentale decadente che ricorda Samskeyti su ( ) e Fjögur Píanó in Valtari, ma è un epilogo fugace di soli tre minuti.

Il viaggio si conclude qui, lasciandoci un po' smarriti ed incerti su ciò che si è ascoltato. Kveikur è un punto di rottura che in alcuni episodi lascia qualche interrogativo, ma va riconosciuta ai Sigur Rós la volontà di lasciare porti sicuri puntando verso territori nuovi; questo significa necessariamente anche un avvicinamento al mainstream, che lo rende un prodotto più accessibile rispetto a capitoli precedenti. Non è il capolavoro da antologia, quello che ti fa chiudere gli occhi e si fa assaporare con le orecchie, ma si fa ascoltare più che volentieri. A meno che non siate rimasti fermi a ( ).