Stephen Malkmus & the Jicks – Wig Out at Jagbags (Recensione)

Stephen Malkmus & the Jicks – Wig Out at Jagbags (Recensione)

2017-11-08T17:15:47+00:008 marzo 2014|


Malkmus Jicks Wig out at Jagbags
L'ex leader dei Pavement sforna l'ennesimo disco senza pretese: si lascia ascoltare, ma la genialita' degli anni '90 e' ormai uno sbiadito ricordo.

5/10


Uscita: 7 gennaio 2014
Matador Records
Compralo su Amazon: Audio CD | Vinile

 

A quattordici anni dallo scioglimento (e a soli quattro dall'inevitabile reunion) è ancora praticamente impossibile parlare di Stephen Malkmus senza riferirsi alla sua precedente band Pavement, uno dei gruppi più importanti degli anni '90, con i quali riuscì a fondere sonorità distorte e lo-fi a interessanti risvolti melodici: un giusto compromesso tra Sonic Youth, Pixies – e volendo dare uno sguardo al passato Velvet Underground e Television – e canzone americana “pop”.

Questa premessa porta già in sé un giudizio sulla successiva carriera solista di Malkmus, con e senza i Jicks: le sonorità nervose e scomposte del passato hanno lasciato da tempo spazio a tonalità più morbide e smussate, mentre la vena pop è venuta fuori in modo prorompente e ha influenzato la scrittura, rinchiudendola nella più tipica forma-canzone.

Il discorso vale anche per questo sesto lavoro Wig Out at Jagbags: sin dall'apertura, affidata a Planetary Motion, si può presagire che il mood degli ultimi lavori dell’artista californiano è confermato, con spensieratezza e voglia di intrattenere più adatti ad una band del college che ad un uomo di mezza età dal passato molto più "ruvido". The Janitor Revealed segue il solco tracciato dal primo brano: melodie cantabili e cori in stile beatlesiano in coda al ritornello. Tutto sembra sotto controllo, anche troppo, con un suono perfettamente misurato che non lascia spazio a sviste  e forzature. Lariat, terza traccia del disco e primo singolo, ricorda le ballate newyorchesi di Thurston Moore e compagni, ma con un atteggiamento più da colonia estiva della terza età che da "gioventù sonica".

Houston Hades sembra provare a rievocare i fasti del passato con un inizio scomposto e dissonante, ma l'impressione dura poche battute, fino a quando Malkmus e i suoi ripiegano ancora una volta sui risvolti melodici che formano l'anima del disco. Allo stesso modo il basso distorto e flangerato di Shibboleth non sorprende, sembra anzi incastrarsi agevolemente tra melodie e solari schitarrate; la ballad per eccellenza J Smoov invece affonda in tutti i luoghi comuni del caso: è sognante, è accompagnata da una voce delicata, ci sono la chitarra acustica e i fiati. A metà (solo?) del disco troviamo Rumble at the Rainbo, il brano più breve della tracklist, che contiene la cosa più stuzzicante fin qui proposta: la registrazione di un Joe Strummer pronto, lui sì, a coinvolgere il pubblico durante uno dei gloriosi concerti dei Clash. Così si passa poi a Chartjunk, brano sornione e dagli echi sixties con tanto di cori, riff di chitarra leggermente distorta e alternarsi, con saggi incastri, tra voce e parti strumentali.

Indipendence Street ci traghetta, invece, verso quella che sembra essere la più pavement-iana tra le proposte del disco, Scattegories. Gli echi almeno qui sembrano quelli di un tempo, legati alla scena lo-fi che ha fatto emergere Malkmus e compagni dall'underground statunitense. Se state ascoltando Cinnamon and Lesbians e Surreal Teenagers vuol dire che siete riusciti ad arrivare all’atto conclusivo del disco: come per tutto il lavoro, i due brani sono ben costruiti, senza pretese o eccessi e con la voglia di divertire l’ascoltatore, ma da un geniale sperimentatore come Malkmus (non è un caso che sia stato l'altrettanto camaleontico Beck a produrre il precedente Mirror Traffic) ci si può e ci si deve aspettare di più.

Il disco conferma il ritratto di un artista maturo, che si è raffinato e che ha lasciato gli spasmi e le contorsioni della gioventù. Attenzione, Malkmus non è mai stato né Cobain, né Chris Cornell, né, tantomeno, Lou Reed, ma sembrava avere le carte in regola per realizzare qualcosa di più di una serie di dischi sostanzialmente innocui. Il suo cambio di rotta è opinabile per chi è ancorato, anche con un tocco di nostalgia, al ricordo dei Pavement e delle loro alchimie tra caos e melodia; come per quelli che l'hanno preceduto non si tratta di un disco spiacevole da ascoltare, supponente o poco curato, ma non c'è dubbio che non aggiunga nulla ai nostri ascolti.

Nulla di cui non potremo fare a meno, in questo disco adatto al massimo per accompagnarci come piacevole sottofondo mentre siamo alla guida durante un lungo viaggio.