Sun Kil Moon – Benji (Recensione)

Sun Kil Moon – Benji (Recensione)

2017-11-08T17:15:47+00:0026 marzo 2014|


Sun Kil Moon Benji (Copia)
Dopo piu' di vent'anni di carriera Mark Kozelek realizza il suo capolavoro: un emozionante viaggio tra autobiografia e cronaca, sorretto da uno struggente lirismo.

9/10

Uscita: 4 febbraio 2014
Caldo Verde Records
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A spasso nella mente di uno dei più appassionati songwriter della scena americana. Dai propri ricordi di infanzia alle storie che fanno parte della cronaca a stelle e strisce, il nuovo album di Mark Kozelek a nome Sun Kil Moon ci descrive la sua vita e le persone che hanno fatto parte di essa senza alcun filtro, portando a compimento la svolta autobiografica del precedente Among the Leaves. Una musica che per essere fruita appieno, come si fa per il teatro lirico, dovrebbe essere accompagnata dal testo, perché lirismo puro è Benji.

Se non si conoscesse la data di pubblicazione, di primo acchito questo disco potrebbe sembrare un lavoro degli anni ’70, quando il cantautorato firmato da Tim Buckley, Nick Drake e Bob Dylan influenzava e rivoluzionava la scrittura dei decenni a venire. Senza un tocco di elettronica ma con le generose capacità espressive di chitarra, basso e strumenti tradizionali, per esprimere profondità e delicatezza senza compromessi.

L’apertura è affidata ad una delicatissima ballata, Carissa: arpeggi e riverberi, voce e racconto di una storia, di una cugina persa di vista da tempo, tra ricordi che si inseguono e delineano un quadro affascinante e intimo, ma al tempo stesso doloroso. Carissa è infatti vittima di una tragedia, un incredibile incidente che l'ha vista bruciare viva a causa dell'esplosione di una bombola del gas. Un’ode intonata a Carissa, "attraverso ogni mare”, perché "non è possibile crescere due bambini, uscire a buttare la spazzatura e morire così", come canta sconsolato l'ex leader dei Red House Painters.

A seguire, come a volere perpetrare un amore, questa volta filiare, arriva I Can’t Live Without My Mother’s Love, ovvero “Non posso vivere senza l’amore di mia madre”. Si può stare sulla terra senza il cielo sopra la testa, senza l’amore di qualcun altro, ma non senza quello materno. E un rapporto fatto, come speso capita tra madre e figlio, di rispetto e odio, contrasti e tenerezze. La stessa forza evocativa, lo stesso struggente amore urlato da John Lennon più di quarant'anni fa su Mother, e ancora una volta su tutto pesa l'ombra della morte, perché "quando arriverà il giorno in cui se ne dovrà andare, finirò come un albero di limoni lasciato nella neve".

Un'altra vicenda tragica che colpisce una famiglia dell'Ohio, lo stato di provenienza di Kozelek, fa da cornice al terzo brano, Truck Driver. Il camionista del titolo è lo zio di Mark, morto nel giorno del suo compleanno per l'esplosione di una bomboletta spray: ad accompagnare la sua storia troviamo una ballata funerea, con un riff di chitarra  mantenuto per l’interno svolgimento del brano e dall’andamento vagamente ipnotizzante. A seguire Dogs, intitolato come il pezzo dei Pink Floyd contenuto in Animals, che ha fatto da sfondo alle prime esperienze amorose del giovane Mark: il brano è una lunga panoramica di vicissitudini d’amore, ognuna raccontata senza risparmiarci neanche i dettagli più intimi e personali, né i nomi delle prime ragazze che hanno iniziato Kozelek al "complicato pasticcio dell'amore e del sesso".

Dopo questo ennesimo brano autobiografico, Pray for Newtown è invece il primo brano del disco a commentare fatti di cronaca, in questo caso la recente vicenda della strage di bambini nell'omonima città del Connecticut. Kozelek ha dichiarato di aver scritto il pezzo dopo aver ricevuto l'invito di un fan a rivolgere l’attenzione verso una città in cui ormai la violenza prende il sopravvento sulla normalità delle cose e la brutalità uccide perfino i  più innocenti. È la rappresentazione cinica ma anche sofferta di un’America sempre più “abituata” a stragi di questo genere ("It was everyday America and that's all"), che nella prima parte del pezzo vengono elencate come a mostrare l'assurdità di una società che permette ad avvenimenti di questo genere di accadere regolarmente.

I Love My Dad, brano spartiacque del disco, è coerente con le storie fin qui delineate. Musicalmente il brano risulta il più pop e meno intimista della tracklist, ma è funzionale nello spezzare il registro compositivo. Si tira il fiato in vista dei 10 minuti e mezzo di I Watched The Film The Song Remains The Same, nei quali vengono passati in rassegna i momenti chiave della vita di Kozelek. Dal film sui Led Zeppelin visto al cinema da ragazzino, alla vita scolastica burrascosa e vivace, fino alle prime band e al contratto nel 1992 con l'etichetta 4AD che finalmente gli ha permesso di realizzare i suoi sogni e di iniziare una carriera musicale. A quell’uomo che credette in lui e nella sua musica (nient'altri che Ivo Watts-Russell, patron dell'etichetta inglese), Kozelek consegna gli ultimi versi del brano: “He's the man who signed me back in '92/And I'm going to go there and tell him face to face,"Thank you."” Su tutto cala il velo di una malinconia che sembra insita nell'animo e nella voce del cantautore americano, con la quale ha dovuto convivere per tutti questi anni, e che solo recentemente sembra essere riuscito ad accettare (“I'll go to my grave with my melancholy”). Non è da tutti riuscire a tracciare la storia della propria vita in dieci minuti, quando poi si riesce a farlo con una simile intimità mai ostentata, ma sempre dosata e rispettosa verso sé stessi e gli altri, allora si può tranquillamente gridare al capolavoro.

A seguire Richard Ramirez Died Today Of Natural Causes spezza l’atmosfera musicale ma non cambia il tono delle storie. Anche qui abbandoniamo il registro autobiografico per parlare di cronaca nera, di un temibile serial killer che uccise 14 persone tra il 1984 e il 1985, e della sua morte banale per "cause naturali". Ancora, di nuovo, voci che si rincorrono, ossessive e inquiete, un lungo monologo nervoso che ricorda i Modest Mouse già omaggiati da Kozelek sull'album di cover Tiny Cities. A scandire il tutto la batteria, nel finale, di un certo Steve Shelley, già Sonic Youth.

La chiusura del disco è affidata a due dei brani più riusciti, sia dal punto di vista della scrittura musicale che del testo: Micheline e Ben’s My Friend. Nel primo, Kozelek racconta di una ragazzina sua vicina di casa che ogni giorno bussava alla sua porta per chiedere di incontrarlo, e che sorrideva sempre "come se avesse appena ricevuto un autografo da Paul McCartney”. Il motivo è semplice: “Her brain worked a little slower than the others”, non è un problema ma una possibilità, una voglia diversa di conoscere ed essere curiosi, un modo inconsueto di percepire il mondo. Ma il brano racconta ancora altre storie: quella dell’amico Brett, del suo strano modo di fare gli accordi e della vita che cambia, all’improvviso. E poi la nonna di Mark con cui prendere un gelato, vedere un film e ascoltare Bowie. La nonna con cui ci si confida e ci si rallegra per un suo nuovo amore, dopo aver perso quello della vita.

La fine, invece, è segnata dalla storia e dal commiato raccolti in Ben’s My Friend. Un brano semplice, finemente pop, volutamente pop. Il sax che irrompe al momento giusto, come vuole la prassi compositiva della forma canzone, che lo accoglie subito dopo il “bridge” e la modulazione. E' una chiusura che arriva come un sospiro di sollievo, dopo le storie drammatiche raccontate nei brani che l'hanno preceduta, e che chiude un lavoro veramente maiuscolo.

Dietro alla copertina che ricorda i paesaggi agresti dell'Ohio che hanno fatto da cornice alla gioventù di Kozelek, rivista come in un home movie anni '70 sgranato e con i colori saturati, Benji è un resoconto autobiografico che attraversa storia e persone, senza paura di parlare di emozioni con un linguaggio semplice e diretto, ma allo stesso tempo intriso di poesia. Non è scontato chiamarlo il coronamento di una carriera più che ventennale che già ha dato moltissimo alla storia della musica americana, ma che mai fino ad ora aveva raggiunto questo equilibrio, uno stato di grazia dato dal perfetto bilanciarsi di musica e testi. Senza ricorrere a facili scorciatoie, Kozelek riesce ancora ad emozionarsi e ad emozionare con la sola forza di una scrittura piena di talento cristallino, e a 47 anni realizza il suo capolavoro: un meritato trionfo che speriamo lo esponga finalmente ad un pubblico più ampio.