The Knife – Shaking the Habitual (Recensione)

The Knife – Shaking the Habitual (Recensione)

2017-11-08T17:15:49+00:0029 maggio 2013|


The Knife-Shaking the Habitual
Un pamphlet rivoluzionario condito da ritmi ipnotici e intermezzi ambient: ecco il socialismo elettronico dei coltelli svedesi.

7/10


Uscita: 9 aprile 2013
Brille / Rabid / Mute Records
Compralo su Amazon: Audio CD | Vinile

 

Abbiamo preso delle decisioni, vogliamo fallire ancora di più, agendo senza permessi né autorizzazioni” cita il manifesto di Shaking the Habitual, il quarto e tanto atteso album dei fratelli Dreijer. Sono passati ben sette anni da Silent Shout, l'album della consacrazione caratterizzato da un beat più cupo, cadenzato ed eclettico ma sicuramente più maturo del precedente Deep Cuts, conosciuto ai più per le hit: HeartbeatsYou Take My Breath Away e il memorabile video di Pass This On dove Karin era interpretata dalla drag queen Rickard Engfors.

Il panorama nordeuropeo è ben attento all’evoluzione (o involuzione) della storia politica, economica e sociale del mondo e tutto ciò si riflette ovviamente anche nella musica. E' in questo contesto che nasce Shaking the Habitualdove il titolo è un chiaro omaggio a Michel Foucault: secondo il filosofo francese infatti il ruolo dell’intellettuale, come quello di ogni cittadino, non è quello di plasmare le altrui idee politiche, bensì di modificare continuamente il modo consueto di pensare ed agire, fino a partecipare attivamente in modo da cambiare la società senza esserne inglobati.

L'album, uscito il 9 aprile per la loro etichetta Rabid Records, è composto da tredici tracce e si presenta come un monolite complesso e ben articolato. Si tratta di un concept di non facile fruizione, che ha bisogno di un ascolto ripetuto e di un approccio molto più accurato del solito, non solo per i testi densi di contenuto, ma soprattutto per la sperimentazione elettronica piuttosto ricercata che lo pervade. Nulla è lasciato al caso, anche se spesso l’ascoltatore medio, appesantito dagli eccessi "ambient", si dirigerà verso parti più pop e meno criptiche skippando alcuni brani, come l’ecletticismo tribale di Without You My Life Would Be Boring e l’elettronica di Networking che un po’ rimanda ai pionieri dell’elettrowave tedesca Kraftwerk.

Stavolta i “fratelli coltelli” sono andati oltre ogni tipo di innovazione e avanguardia, affilando le lame e toccando una sorta di esoterismo elettronico con testi che, quasi come un manifesto politico, hanno chiari riferimenti al socialismo e agli ideali femministi. Inoltre in quest’ultima fatica discografica i due si eclissano completamente, non compaiono più né nei video né nella grafica dell’album, lasciando la scena ad una sperimentazione elettronica sempre più all’avanguardia ma soprattutto dando voce a tematiche di attualità decisamente scomode. Il primo singolo Full of Firea dir poco claustrofobico e soffocante, è accompagnato da un corto della durata di nove minuti girato da Marit Östberg, popolato da personaggi surreali che sembrano usciti da un film di Lynch; il clip è focalizzato in modo volutamente esasperato sulla sessualità e sui suoi lati più oscuri che vengono giudicati, incompresi e non accettati dalla società, anche quella parte che si vorrebbe più aperta mentalmente: “Liberals giving me a nerve itch” canta Karin, ovvero "I liberali mi danno sui nervi".

Il secondo singolo, ma prima canzone dell'album, è invece A Tooth for An Eye. Meno dark ambient del singolo precedente, è dominata da incalzanti sonorità elettroniche e tribali, mentre la voce un po’ cyborg e un po’ sciamana di Karin ci incita, appunto come in un rituale, ad entrare in dimensioni altre e lontane ma restando sempre vigili e svegli. Altra traccia meritevole di menzione è Wrap Your Arms Around Me, che si apre con suoni martellanti e al contempo fluidi, mentre la voce di Karin si fa più calda ed intensa nonostante le modulazion metalliche del synth: una vera e propria danza tribale con elementi elettronici.

La traccia numero sette Old Dreams Waiting To Be Realized è la più lunga, quasi venti minuti di trip, passatemi il termine; si tratta di un brano quasi onirico, al confine con l'ambient music, così come l'altro colosso da undici minuti (a tratti decisamente ostici) Stay Out Here, realizzato con la collaborazione di Shannon Funchess dei Light Asylum e di Emily Roysdon, artista e scrittrice americana attenta alle tematiche omosessuali. I "vecchi sogni" che risiedono in noi come fantasmi in attesa di essere realizzati, ci portano verso il culmine concettuale del disco, l'ultima traccia Ready To Lose, decisamente più ritmata e con un sound ipnotico accompagnato dalla voce sempre più suadente di Karin. Ci dirigiamo così  verso la fine del lavoro e verso la resa globale dove bisogna essere pronti a perdere ogni privilegio (qui inteso addirittura come mutazione del codice genetico dell’essere umano dovuto a fattori ambientali, una sorta di processo evolutivo del darwinismo sociale) e tutti gli status acquisiti fino ad ora (chiaro riferimento al dissesto economico e politico attuale).

Shaking the Habitual è un disco ispirato all’urlo ribelle degli anni ’70 ma molto più evoluto e raffinato. Un synthpop psichedelico, una danza esoterica ed elettronica riempita di messaggi diretti ed espliciti cenni ideologici, questa è la rivoluzione affilata proposta dai coltelli svedesi.