The Van Pelt – Sultans of Sentiment (Gold Digger)

The Van Pelt – Sultans of Sentiment (Gold Digger)

2012-08-29T11:10:06+00:0027 luglio 2012|


Alla ricerca delle gemme nascoste della musica indipendente: riscopriamo i grandi album del passato che per qualche motivo rimangono ancora pressoché sconosciuti anche al grande pubblico indie.

The Van Pelt - Sultans of Sentiment

The Van Pelt – Sultans of Sentiment (Gern Blandsten, 1997)

So che è difficile crederlo nell’epoca dell’accesso totale garantito da internet, ma ci sono dischi che per decenni hanno vissuto solo del passaparola degli appassionati, potendo sperare al massimo nel namecheck di qualche artista più famoso per farsi conoscere da un pubblico più ampio. Tra questi il secondo album del quartetto del New Jersey The Van Pelt ha da tempo acquisito uno status leggendario, che però non si è mai tradotto in una maggiore diffusione.

Parte del mistero che lo circonda è dovuto al fatto che, dalla sua pubblicazione nel 1997, il disco non è mai stato ristampato: forse scoraggiata dai dati di vendita praticamente inesistenti, l'etichetta Gern Blandsten non ha mai voluto far tornare nei negozi questo piccolo classico e il debutto dell’anno precedente, Stealing from Our Favorite Thieves.

Un vero peccato, se si considera il valore di questo secondo lavoro: ai tempi il frontman Chris Leo si era ritrovato poco più che ventenne ad essere il leader di una band che non aveva nemmeno fondato, dopo l’abbandono della bassista Toko Yasuda per una breve militanza nei Blonde Redhead e del chitarrista e fondatore David Baum.

Poco male, visto che il giovane Chris (fratello del più famoso Ted Leo, che ha suonato per anni nei Chisel prima di imbarcarsi in una fruttuosa carriera solista con i Pharmacists) dimostra con Sultans of Sentiment di avere in sè tutte le doti che servono per portare avanti un gruppo indie di successo: non solo scrive testi coltissimi e stranianti, dove mescola riferimenti accademici e letterari con piccole annotazioni da ragazzo del New Jersey, ma li interpreta anche in un modo unico. I lunghi testi recitati più che cantati dei Van Pelt sono il principale motivo per cui questa band ha faticato a fare breccia nel cuore del grande pubblico: con una voce stridula, ma capace di trasmettere forti emozioni, Chris legge quelle che sembrano lunghe liste della spesa, incurante di metrica e sillabe in eccesso. Un metodo originalissimo, che nonostante alcuni argomenti affrontati siano decisamente ostici, funziona. Quando poi le parole non bastano ecco le urla a sottolineare i sentimenti più intensi: è il caso di My Bouts with Pouncing e dello splendido finale di Don’t Make Me Walk My Own Log, il cui testo ispirerà il nome dei nostrani Fine Before You Came.

Ma come suona questo secondo disco dei Van Pelt? La prima traccia Nanzen Kills A Cat mette subito in chiaro le cose: chitarre cristalline alla Pavement che si intrecciano tra loro, la voce di Chris e un ritmo soporifero, che poi cresce piano piano fino alla carica esplosiva del finale. Qualche anno dopo si parlerà anche a loro verrà applicata l'etichetta emo-core, ma i Van Pelt si tengono ben lontani dalla retorica adolescenziale di altri gruppi del genere: tra tutti i brani (con la possibile eccezione di We Are The Heathens) non ce n’è uno che possa qualificarsi neanche vagamente come inno generazionale. Invece di spingere sul pedale dell'emozione, Chris Leo e compagni preferiscono costruire le loro canzoni con cura e senza fretta, tanto che molti brani di questo disco crescono lentamente (The Good, The Bad and the Blind, Do The Lovers Still Meet at the Chiang-khai Shek memorial?) oppure rimangono sospesi tra soffici arpeggi di chitarra (Let’s Make a List, The Young Alchemists) e cadenze quasi blueseggianti (Pockets of Pricks).  Ma la band sa anche graffiare: Yamato (Where People Really Die) è una travolgente cavalcata elettrica, che si ricollega al materiale (quello sì molto più adolescenziale) contenuto sull’album di debutto.

Un piatto decisamente troppo vario per l’indie rocker medio, soprattutto se si considera che la band sembra essere l’anello mancante tra i due generi emo-core e post-rock, che nel giro di pochi anni avrebbero dominato il panorama indie. Fatto sta che, nonostante un calendario fittissimo di concerti che li porta anche in Italia, la band non decolla e pochi mesi dopo l’uscita del disco, Chris fugge con la fidanzata Toko Yasuda per fondare i The Lapse, mentre il chitarrista Bryan Maryansky entra nei Jets to Brazil (ora capite perché l’etichetta emo?). Il mondo si dimentica dei Van Pelt e gradualmente Chris si allontana dalla musica, dedicandosi invece all’altra sua passione, la letteratura. Il primo album del suo nuovo progetto Vague Angels esce come cd allegato al suo primo romanzo White Pigeons, mentre in seguito si trasferirà proprio nel nostro Paese, in Puglia, dove vive tuttora insieme all’italianissima moglie Laura.

Poi all’improvviso, tre anni fa, ecco l’inevitabile reunion, anche se decisamente low profile come è nel loro stile: solo due date a Washington DC e Philadelphia e poi di nuovo ognuno per sè. Lasciandosi dietro una manciata di canzoni e due album che, mai come in questo caso, vengono tenuti in vita solo dall’amore dei fan.