Wilco @ Gran Teatro Geox, Padova – 10 ottobre 2012 (Live Report)

Wilco @ Gran Teatro Geox, Padova – 10 ottobre 2012 (Live Report)

2012-10-21T16:54:28+00:0014 ottobre 2012|

Wilco_Padova

Andare a vedere i Wilco dal vivo è un’esperienza che tutti gli appassionati di musica dovrebbero fare prima o poi nella vita: anche se la band di Jeff Tweedy non vi ha mai convinto, e magari la vostra sensibilità musicale è lontana anni luce dalla loro miscela di rock, folk, country e pop, è innegabile che sul palco il sestetto di Chicago tiri fuori la sua anima migliore.

Chiamateli pure dad rock, se non riuscite ad ignorare i tanti 40, 50 e 60enni che da anni fanno parte del loro pubblico, però vi basterà spostare lo sguardo un po’ più in là per accorgervi che gran parte di questi fan attempati sono gomito a gomito sotto il palco con adolescenti che potrebbero essere i loro figli (e in alcuni casi lo sono!). Questa capacità di parlare a pubblici diversi, scavalcando gli steccati musicali che spesso ci dividono è stata assolutamente evidente durante il concerto di Padova, prima data del loro breve tour italiano: tra il pubblico ammassato sotto il palco (dal momento che non c’è stato verso di far rimanere seduta la gente come avevano sperato gli organizzatori) ho visto ragazzini brufolosi, vecchi nostalgici della Band, ma anche ragazze bionde perfettamente truccate che giravano video con il loro iPad ultimo modello, vicino a fanatici di indie rock in jeans e maglietta. Tutti uniti, per una volta, nella celebrazione di un gruppo ormai entrato nella leggenda, e chissenefrega se, forse, gli ultimi album non sono al livello di quelli di qualche anno fa.

Ma parliamo del concerto: alle 21:30, puntualissimi, Tweedy e compagni salgono sul palco, lui come sempre un po’ a disagio con il suo cappello che non si toglierà neanche di fronte ad un temperatura tutt’altro che autunnale, Mikael Jorgensen con un curioso pupazzo a forma di civetta appeso davanti alle sue tastiere, gli altri da subito nascosti dietro ai loro strumenti. L’apertura, come di consueto, è affidata alla melodia sussurrata della lunga One Sunday Morning, uno degli omaggi più aperti riservati da Tweedy al grande Dylan, che con la sua durata quasi interminabile e la struttura alquanto ripetitiva ha soprattutto il merito di far entrare il pubblico nell’atmosfera del concerto. Fortunatamente da quel momento in poi si fa sul serio: una incantevole Poor Places (con tanto di coda rumorosa) segnala subito il primo highlight, seguita dalle “nuove” Art of Almost e I Might, e da un terzetto di brani dal "vecchio" A Ghost Is Born: At Least That’s What You Said, Handshake Drugs e Wishful Thinking.  Sembra che Jeff e compagni abbiamo ripassato proprio quest’album negli ultimi tempi: alla fine della serata saranno ben sette i brani riproposti, mentre troveranno poco spazio Yankee Hotel Foxtrot e Summerteeth, e, a differenza dei tour precedenti, verranno praticamente cancellati A.M., Being There e l’album (quasi) eponimo di qualche anno fa, già dimenticato.

Quelli che spiccano sono soprattutto alcuni brani dal primo album realizzato dalla formazione attuale, Sky Blue Sky, come a cementare per sempre il suo status di disco della maturità: l’assolo di Nels Cline su Impossible Germany rimane un capolavoro di virtuosismo intelligente, mentre Hate It Here dal vivo brilla della luce che forse su disco è rimasta solo nelle intenzioni. Lo stesso si può dire per i pezzi dell’ultimo album The Whole Love, sicuramente non il momento migliore di Tweedy e compagni: Born Alone, I Might, ma soprattutto la travolgente Whole Love beneficiano moltissimo degli arrangiamenti live, facendo quasi dimenticare che il resto del disco non si è dimostrato all’altezza dei nobili precedenti. Dopo la solita, struggente e feroce performance di Via Chicago, il finale del set è affidato ai brani di Yankee Hotel Foxtrot: Jesus, Etc., richiesta a gran voce dal pubblico e cantata praticamente da tutti, il momento “dance” di Heavy Metal Drummer e il gran finale di I’m The Man Who Loves You, con il batterista Glenn Kotche impegnato in acrobazie ginniche degne di un concerto dei Van Halen.

Passano solo pochi minuti e la band torna sul palco per riprendere con Dawned On Me, seguita dalle deviazioni standard rock di The Late Greats, California Stars e Walken. Il sesto brano della serata tratto da A Ghost Is Born, Hummingbird, risulta un po’ superfluo, ma per fortuna che ci pensa la grandissima A Shot in the Arm a chiudere il primo bis nel migliore dei modi. Il pensiero va al grande e compianto Jay Bennett, che con le sue tastiere ha reso grande questo brano su Summerteeth, ma c’è da dire che Jorgensen e il multistrumentista Pat Sansone non se la cavano male, sostituendo organo hammond e pianoforte ai suoni di mellotron preferiti da Bennett.

Il pubblico rumoreggia e non ha alcuna intenzione di andarsene, è chiaro che non può finire qui: Tweedy e compagni decidono di chiudere in modo diametralmente opposto rispetto alla delicatezza dell’inizio, con l’esplosione rock di Outassite (Outta Mind) e il breve finale quasi punk di I’m A Wheel. Con questo ultimo picco di energia la band saluta tutti, e se rimane il rimpianto di non aver ascoltato Spiders (Kidsmoke) o l’imprescindibile I Am Trying to Break Your Heart, è anche vero che questa volta ci hanno risparmiato il boogie alla Rolling Stones di Monday e Casino Queen, residui di un'epoca ormai lontana.

Non si è trattato del migliore tra i concerti dei Wilco a cui ho avuto la fortuna di assistere negli ultimi tre anni: la scaletta non ha selezionato i brani più meritevoli del loro vasto repertorio e la band è sembrata in alcuni momenti andare avanti più per forza d’inerzia che per reale coinvolgimento. Inoltre è chiaro che vederli dal vivo per la seconda volta in pochi mesi, senza un nuovo album da promuovere, possa dare una sensazione di già visto. Tuttavia è impossibile negare che andare ad un concerto dei Wilco significhi sempre affidarsi per una serata ad un gruppo di grandi musicisti, gente che si è conquistata sul campo la fiducia di pubblico e critica, che sa come suonare i propri strumenti e (cosa ben più importante) si diverte ancora a farlo dopo vent’anni di carriera. E per quanto sia bello crogiolarci nell’idea dell’artista indie tutto urgenza espressiva e furia autodidatta, non è male qualche volta lasciar fare a dei veri professionisti.

Guarda le foto del concerto sulla nostra pagina Flickr.

Ecco la scaletta completa:

One Sunday Morning
Poor Places
Art of Almost
I Might
At Least That’s What You Said
Handshake Drugs
Wishful Thinking
Impossible Germany
Born Alone
Via Chicago
Whole Love
Theologians
Jesus, etc.
Hate It Here
Heavy Metal Drummer
I’m The Man Who Loves You
——————————————–
Dawned On Me
The Late Greats
California Stars
Walken
Hummingbird
A Shot in the Arm
—————————-
Outassite (Outta Mind)
I’m A Wheel

Sopra: foto di Maura Begheldo