David Lynch – The Big Dream (Recensione)

David Lynch – The Big Dream (Recensione)

2017-11-08T17:15:48+00:004 agosto 2013|


David Lynch The Big Dream-1
A due anni da Crazy Clown Time il grande regista americano ci conduce in un nuovo viaggio nel suo mondo interiore: incubi e visioni descritti da una musica mai scontata.

8/10


Uscita: 15 luglio 2013
Sunday Best Records
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Chi non conosce David Lynch? Immagino davvero in pochi, ma coloro i quali non avessero ancora incontrato le sue opere dovranno rimediare per due motivi: innanzitutto perché è impossibile tralasciare un autore cosi importante per la storia del cinema del ‘900 e, in secondo luogo, perché serve per capire appieno questo nuovo LP, successivo a Crazy Clown Time (2011). The Big Dream è un album che trascina nello spirito più visionario, coinvolgente e spiazzante del regista americano, padre di capolavori come Eraserhead, The Elephant Man o il celeberrimo Blue Velvet con Isabella Rossellini. Ma questa è un’altra storia, qui ci occupiamo del Lynch autore di canzoni, di musica. E la musica, come le pellicole che escono dal suo ricco mondo interiore, non è mai banale, non lascia mai indifferenti.

Lynch, come detto, non è all’esordio discografico. Oltre a Crazy Clown Time ricordiamo il progetto Dark Night of the Soul (2010) ideato e voluto da Danger Mouse e dal compianto Mark Linkous (Sparklehorse), dove, tra le altre cose, aveva firmato un booklet di contenuti multimediali e fotografici.
In apertura, la title-track The Big Dream ci fa subito capire che non sarà un disco qualunque. Siamo davanti ad un trip-hop portished-iano in cui la voce di Lynch, esile e fredda, ci porta in ambienti notturni e tetri, come se sullo sfondo ci fosse uno dei protagonisti dei suoi film. Si passa a Star Dream Girl, seconda traccia: inutile nascondere qui il richiamo a Tom Waits, che si affaccia nel ritmo, nelle chitarre sbilenche, e persino nei riff e nella voce blues di Lynch.

È un disco equilibrato, in cui elettronica, chitarre e voci convivono e si intrecciano senza esagerare, senza sopraffarsi. Dove il blues sposa le ritmiche sintetiche e dove le atmosfere noir creano vortici profondi e sconquassanti. Si è continuamente sul filo del rasoio, su un’altalena straniante, sempre in bilico in attesa che qualcosa avvenga. Ogni brano ha una sua storia, una sua vita: un pezzo chiuso che, però, fa parte integrante di una totalità. Ecco perché brani come Sun Can’t Be Seen No More, in cui la chitarra è suonata da Riley, figlio del cineasta, coesistono con The Line It Curves dove chitarre riverberate – qualcosa mi fa pensare alle musiche di Twin Peaks, altro capolavoro del nostro – creano tappeti armonici possenti e, al tempo stesso, morbidi e rassicuranti, su cui ci lasciamo volentieri cullare. Un lo-fi che per certi versi sembra tendere verso i piccoli gioielli Linkousiani che, ahinoi, non torneranno più.

Capita spesso che dai tentativi di misurarsi in territori artistici al di fuori della propria portata emergano gran disastri, ma Lynch è un fuoriclasse. È un autore completo e, benchè potesse sembrare difficile superare i suoi lavori precedenti, anche questa volta ci ha consegnato qualcosa di intimo in cui ognuno troverà una chiave di lettura diversa, a cui ognuno potrà affidare le proprie (più o meno inquietanti) visioni notturne.