10 dischi fondamentali per conoscere lo shoegaze

Giorgio Bonomi
shoegaze 10 dischi fondamentali

Da My Bloody Valentine e Slowdive ai nuovi interpreti del genere: dieci album per scoprire la storia, il suono e l'evoluzione dello shoegaze.

Lo shoegaze è uno dei generi più affascinanti emersi dalla scena alternativa britannica tra la fine degli anni '80 e l'inizio degli anni '90. Il suo nome richiama l'immagine dei musicisti concentrati sui propri effetti a pedale, ma dietro questa definizione apparentemente curiosa si nasconde una musica molto più complessa: chitarre distorte e stratificate, riverberi, feedback, voci spesso immerse nel mix e melodie che emergono da una vera e propria massa sonora.

Le radici dello shoegaze affondano nel post-punk, nella psichedelia, nel dream pop e nella musica alternativa degli anni '80. The Jesus and Mary Chain, Cocteau Twins e altri artisti contribuiscono a creare un nuovo modo di utilizzare rumore, distorsione e atmosfera, fino all'esplosione della scena britannica tra il 1988 e il 1993.

È in questo periodo che arrivano alcuni dei dischi destinati a diventare fondamentali: Loveless dei My Bloody Valentine, Souvlaki degli Slowdive, Nowhere dei Ride e gli album di band come Lush e Chapterhouse. Per alcuni anni lo shoegaze sembrò destinato a diventare una delle principali direzioni del rock alternativo, prima di essere rapidamente oscurato dal successo del britpop e del grunge.

Ma la storia non finisce lì. A partire dagli anni 2000 e soprattutto nel decennio successivo, il suono shoegaze è statp  riscoperto da una nuova generazione di musicisti, che ne hanno ripreso  distorsioni, atmosfere e melodie portandole verso territori nuovi.

Abbiamo scelto 10 dischi fondamentali per conoscere lo shoegaze, seguendo proprio questo percorso: dalle radici del genere ai suoi classici, fino alla metà degli anni ‘90.contemporanea.


1. The Jesus and Mary Chain – Psychocandy (1985)

Prima dello shoegaze vero e proprio, c'è Psychocandy.

Il debutto dei Jesus and Mary Chain prende le melodie del pop anni '60 e le ricopre di feedback, distorsioni e rumore. Il contrasto tra canzoni apparentemente semplici e una parete di chitarre abrasiva diventa il tratto distintivo dell'album.

Non è ancora shoegaze, ma è difficile immaginare il genere senza questo disco. Psychocandy dimostra infatti che rumore e melodia possono convivere, un'idea che pochi anni dopo diventerà centrale per My Bloody Valentine, Ride e Slowdive.

2. Cocteau Twins – Heaven or Las Vegas (1990)

I Cocteau Twins non sono propriamente una band shoegaze, ma il loro contributo alla nascita del genere è fondamentale.

In Heaven or Las Vegas le chitarre di Robin Guthrie diventano una massa luminosa di riverberi ed effetti, mentre la voce di Elizabeth Fraser viene spesso utilizzata più come strumento che come elemento narrativo.

Il risultato è una musica sospesa tra dream pop, ambient e rock, nella quale la texture sonora diventa importante quanto la melodia.

È proprio questa attenzione al suono e all'atmosfera che influenzerà profondamente la scena shoegaze britannica.

3. Ride – Nowhere (1990)

Ride – Nowhere

Con Nowhere lo shoegaze entra nella sua stagione classica.

Le chitarre di Andy Bell e Mark Gardener alternano riff, feedback e melodie, mentre la sezione ritmica mantiene una spinta decisamente rock. A differenza dell'approccio più astratto dei My Bloody Valentine, i Ride conservano una struttura delle canzoni molto riconoscibile, senza eccessive astrazioni.

Il risultato è un album energico e melodico che mostra uno dei lati più rock e immediati dello shoegaze, ancora oggi uno dei dischi migliori per iniziare ad ascoltare il genere.

4. My Bloody Valentine – Loveless (1991)

My Bloody Valentine – Loveless

Se esiste un album che rappresenta lo shoegaze, è Loveless.

Kevin Shields trasforma la chitarra in qualcosa che sembra quasi non essere più una chitarra: tremolo, feedback, distorsione, campionamenti e sovraincisioni costruiscono un'enorme massa sonora nella quale le melodie sembrano fluttuare.

La voce di Bilinda Butcher e dello stesso Shields è spesso immersa nel mix, contribuendo all'effetto di distanza e sospensione che caratterizza il disco.

Il risultato è molto più di un grande album shoegaze: Loveless è uno dei dischi più innovativi di tutti i tempi, capace di cambiare il modo in cui molti musicisti avrebbero utilizzato la chitarra in studio.

5. Chapterhouse – Whirlpool (1991)

I Chapterhouse rappresentano bene l'aspetto più luminoso e psichedelico dello shoegaze.

Whirlpool combina chitarre riverberate, melodie pop, ritmi più ballabili e una forte componente psichedelica. 

Rispetto ai My Bloody Valentine il disco ha un approccio più diretto e accessibile: è un tassello importante perché ricorda quanto fosse varia la scena shoegaze britannica.

6. Lush – Spooky (1992)

Lush – Spooky

Con i Lush lo shoegaze assume una dimensione più melodica e pop.

Spooky, prodotto da Robin Guthrie dei Cocteau Twins, mette insieme chitarre dense, armonie vocali e melodie immediatamente riconoscibili. La produzione enfatizza la componente atmosferica senza sacrificare la struttura delle canzoni.

È un album importante per comprendere una delle direzioni prese dallo shoegaze all'inizio degli anni '90: avvicinarsi al pop senza rinunciare alla complessità del suono.

7. Drop Nineteens - Delaware (1992)

I Drop Nineteens rimangono una delle band più interessanti della scena shoegaze americana. Chitarre rumorose e stratificate, melodie malinconiche e una certa ruvidità indie convivono in un equilibrio sorprendentemente naturale, lontano dalla perfezione patinata di molta produzione shoegaze britannica.

A rendere speciale il disco è soprattutto il contrasto tra la potenza delle chitarre e la fragilità delle melodie vocali. Brani come Winona, Kick the Tragedy e Happen alternano momenti di pura distorsione a passaggi più sospesi e sognanti, costruendo un suono che riesce a essere allo stesso tempo aggressivo, romantico e stranamente intimo.

Un piccolo classico dell'indie americano degli anni Novanta, capace di parlare tanto agli amanti dello shoegaze quanto a chi cerca semplicemente chitarre, malinconia e grandi canzoni.

8. Slowdive – Souvlaki (1993)

Slowdive – Souvlaki

Dopo il debutto Just for a Day del 1991, gli Due anni dopo, gli Slowdive raggiungono una delle vette assolute del genere con il loro secondo album..

Souvlaki conserva la componente chitarristica dello shoegaze ma la combina con atmosfere più profonde, elettronica, campionamenti e una scrittura più raffinata. Il risultato è un album malinconico e avvolgente, nel quale il rumore non è più necessariamente aggressivo: diventa spazio, atmosfera e materia emotiva.

È uno dei dischi che meglio dimostrano come lo shoegaze possa essere delicato e potente allo stesso tempo.

9. Majesty Crush - Love 15 (1993)

Gli americani Majesty Crush rappresentano uno dei segreti meglio nascosti dello shoegaze.

Il loro unico album Love 15, completamente ignorato ai tempi dell’uscita, è una chicca da riscoprire: il quartetto unisce la stratificazione dei suoni tipica dei loro colleghi a un talento per le melodie e per la forma canzone che rende il disco semplicemente irresistibile.

Il resto lo fanno i testi del frontman David Stroughter, che parlano di serial killer, ossessioni, stalker, pornografia e prostituzione: tutti temi insolitamente scabrosi per un genere etereo come lo shoegaze, e che danno all’album molto più impatto degli altri album del genere.

10. Swervedriver - Mezcal Head (1993)

L’unione più ispirata tra i due generi rock che hanno dominato i primi anni ‘90, grunge e shoegaze, la realizzano gli Swervedriver.

Il trio di Oxford ridefinisce i confini di entrambi i generi, rendendo più distorte e aggressive le chitarre, ma non perdendo il gusto per la stratificazione dei suoni e l’uso della voce come puro suono, come fosse uno strumento aggiunto.

Il risultato è un disco sottovalutato, l’ultimo classico del genere prima che venga sostituito da britpop e trip-hop a metà anni ‘90.

Da dove partire?

Se vuoi scoprire le radici dello shoegaze, inizia da Psychocandy dei Jesus and Mary Chain e prosegui con i Cocteau Twins. Per ascoltare il genere nella sua forma più iconica, Loveless dei My Bloody Valentine è imprescindibile.

Se preferisci uno shoegaze più melodico e atmosferico, prova Souvlaki degli Slowdive o Spooky degli Lush. Nowhere dei Ride è invece perfetto se cerchi un approccio più energico e vicino al rock.

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